Il tumore al pancreas, 13.585 nuove diagnosi nel 2024: resta alta la sfida della diagnosi precoce

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Con 13.585 nuove diagnosi stimate nel corso del 2024, un numero che si suddivide in 6.873 uomini e 6.712 donne a testimonianza di una distribuzione ormai equa tra i sessi, il tumore del pancreas si conferma una delle neoplasie più complesse da affrontare per la medicina contemporanea. La scomparsa della conduttrice televisiva Enrica Bonaccorti, avvenuta all'età di 76 anni a causa di un carcinoma diagnosticatole lo scorso anno, ha riportato l'attenzione su questa patologia, sulla sua natura subdola e sulle difficoltà oggettive che i clinici incontrano nel tentativo di intercettarla per tempo. La malattia, come spiegano gli oncologi, nelle fasi iniziali può non manifestarsi attraverso alcun segnale oppure può farlo con disturbi talmente vaghi e aspecifici da essere facilmente trascurati: un repentino calo ponderale, qualche difficoltà digestiva, un senso di stanchezza persistente o la comparsa improvvisa di un diabete in un paziente senza precedenti fattori di rischio. Quando il quadro sintomatologico si fa più chiaro e compaiono segni inequivocabili come l'ittero, le urine scure o i dolori addominali importanti, nella stragrande maggioranza dei casi la malattia ha già superato lo stadio in cui un intervento chirurgico radicale, che rappresenta tuttora l'unica opzione potenzialmente curativa, è ancora praticabile. Solo un caso su cinque, infatti, si stima venga scoperto in tempo utile per essere operato, e la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi si attesta purtroppo intorno al 10%, collocando questa neoplasia tra le principali cause di morte oncologica nel Paese.

La ricerca di nuovi biomarcatori per superare i limiti degli strumenti attuali

Di fronte all'evidenza che i sintomi conclamati sopraggiungono quando il tumore è ormai in fase avanzata, la comunità scientifica sta concentrando i propri sforzi sull'individuazione di metodi diagnostici più efficaci, e in questo ambito la ricerca sui biomarcatori sanguigni rappresenta una delle frontiere più promettenti. Da tempo è noto che livelli elevati dell'antigene carboidratico 19-9, noto come CA19-9, possono essere associati alla presenza di un carcinoma pancreatico, ma questo marcatore da solo non è considerato affidabile per uno screening sulla popolazione generale, dal momento che può aumentare anche in condizioni benigne come le pancreatiti e, viceversa, alcuni pazienti con tumore non presentano un innalzamento significativo di questo valore. Uno studio recente, coordinato da ricercatori dell'Università della Pennsylvania e pubblicato su Clinical Cancer Research, ha però aperto nuove prospettive: analizzando campioni di sangue di centinaia di pazienti, il team guidato da Kenneth Zaret ha identificato due proteine aggiuntive, l'aminopeptidasi N (ANPEP) e il recettore polimerico delle immunoglobuline (PIGR), che appaiono significativamente più elevate nei soggetti con tumore in fase iniziale rispetto agli individui sani. Combinando in un unico test la misurazione di queste due nuove molecole con quelle del CA19-9 e di un altro marcatore già noto, il THBS2, i ricercatori sono riusciti a distinguere correttamente i casi di carcinoma pancreatico da quelli non tumorali nel 91,9% delle situazioni complessive, e nell'87,5% dei casi di tumore ancora in stadio iniziale, un miglioramento sensibile rispetto all'utilizzo del solo CA19-9, che da solo identificava correttamente il 76,2% delle neoplasie precoci.

L'urgenza di strategie mirate e il ruolo della prevenzione primaria

La comunità medica italiana, attraverso le voci autorevoli dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) e dell'Associazione Italiana Gastroenterologi ed Endoscopisti Digestivi Ospedalieri (Aigo), sottolinea come, in attesa che queste promettenti tecnologie vengano validate su larga scala e possano tradursi in strumenti di screening utilizzabili nella pratica clinica quotidiana, l'attenzione debba concentrarsi sulla prevenzione primaria e sulla sorveglianza delle popolazioni a rischio. Non esistono, al momento, programmi di diagnosi precoce standardizzati per la popolazione generale, fatta eccezione per i soggetti con una forte familiarità per questo tumore o con mutate predisposizioni genetiche note, come quelle a carico dei geni BRCA1 e BRCA2, per i quali è raccomandato un monitoraggio periodico con tecniche di imaging come la risonanza magnetica o l'ecoendoscopia. Sul fronte delle cause, il fumo di sigaretta viene indicato come il fattore di rischio modificabile più rilevante, seguito da obesità, scorretta alimentazione, abuso di alcol e diabete. Gli specialisti osservano inoltre un incremento dei casi diagnosticati in pazienti con età inferiore ai sessant'anni, un fenomeno che, secondo alcuni, potrebbe essere correlato alla crescente diffusione di alterazioni metaboliche e stili di vita non salutari, sebbene la ricerca stia ancora indagando il possibile ruolo di fattori ambientali e inquinanti non ancora pienamente compresi.

Prospettive terapeutiche tra chirurgia e farmaci a bersaglio molecolare

Se la diagnosi resta il nodo cruciale da sciogliere, anche sul versante terapeutico si registrano alcuni, seppur limitati, progressi. La chirurgia, come accennato, costituisce il cardine del trattamento per i tumori resecabili, e studi recenti condotti in Italia, come il protocollo Cassandra coordinato dall'Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, hanno dimostrato come l'utilizzo di una chemioterapia pre-operatoria possa aumentare la percentuale di neoplasie resecabili e migliorare la sopravvivenza libera da eventi. Per quanto riguarda le terapie mediche, invece, le opzioni di medicina personalizzata rimangono limitate: l'eccezione più rilevante è rappresentata dai pazienti portatori di mutazioni germinali dei geni BRCA, per i quali l'Agenzia Italiana del Farmaco ha recentemente approvato la rimborsabilità di una classe di farmaci, i PARP-inibitori, in grado di bloccare un meccanismo di riparo del DNA sfruttato dalle cellule tumorali. Si tratta, al momento, di un'arma efficace solo per una minoranza di pazienti, ma la ricerca sta procedendo su più fronti, esplorando l'efficacia di nuovi inibitori di bersagli molecolari e dell'immunoterapia, nella speranza di ampliare l'arsenale a disposizione per contrastare una malattia che, secondo le previsioni, rischia di diventare la seconda causa di morte per cancro nei prossimi anni.

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