Il tumore del pancreas, 13.585 nuove diagnosi nel 2024: resta la sfida della diagnosi precoce
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Redazione Salute
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La scomparsa della conduttrice televisiva Enrica Bonaccorti, avvenuta all'età di 76 anni per un carcinoma pancreatico diagnosticatole lo scorso anno, ha riportato l'attenzione mediatica su una delle neoplasie che, per la sua natura subdola e la frequente assenza di sintomi nelle fasi iniziali, rappresenta ancora oggi una delle sfide più complesse per l'oncologia moderna. Secondo i dati raccolti dai registri tumori e diffusi dall'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), nel 2024 si stimano in Italia circa 13.585 nuovi casi di tumore del pancreas, con una distribuzione pressoché equa tra i due sessi: 6.873 uomini e 6.712 donne. Questo numero, che si aggira intorno alle 13-14mila unità annuali come confermato anche da altre società scientifiche tra cui il Cipomo, fotografa una patologia la cui incidenza è in costante aumento, tanto da far prevedere che, se la tendenza non dovesse invertirsi, potrebbe diventare la seconda causa di morte per cancro nei paesi occidentali entro il prossimo decennio.
I numeri di un nemico silenzioso e la sua letale specificità
La ragione principale per cui questa forma tumorale incute tanto timore nella classe medica e nella popolazione risiede nella sua capacità di crescere e diffondersi rimanendo a lungo invisibile. A tal proposito, Nicola Silvestris, segretario nazionale Aiom e direttore dell'Oncologia medica all'Irccs Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari, ha spiegato come il carcinoma del pancreas, nelle sue fasi iniziali, possa non dare alcun segnale o, peggio ancora, manifestarsi con disturbi talmente vaghi e aspecifici da essere inizialmente trascurati. Quando la sintomatologia diventa conclamata, con segni come la perdita di peso improvvisa e involontaria, dolori addominali o alla schiena, la comparsa di un ittero (la colorazione giallastra della pelle) o l'insorgenza inattesa di un diabete, nella maggior parte dei casi la malattia ha già superato lo stadio in cui sarebbe possibile un approccio chirurgico radicale. Ed è proprio questo il dato più drammatico: solo un caso su cinque, o poco più (si parla del 15-20% del totale), si presenta con caratteristiche tali da poter essere operato, restando la chirurgia, ad oggi, l'unica possibilità di cura potenzialmente definitiva.
La ricerca corre sui biomarcatori: una svolta possibile dal sangue
Di fronte a questa difficile realtà, la comunità scientifica internazionale sta moltiplicando gli sforzi per sviluppare metodiche che consentano una diagnosi in stadio davvero precoce, quando le lesioni sono ancora piccole e potenzialmente aggredibili. In questo scenario, si inseriscono risultati promettenti provenienti dagli Stati Uniti, dove un team di ricercatori guidato da Kenneth Zaret della Perelman School of Medicine dell'Università della Pennsylvania ha messo a punto un test basato sull'analisi di quattro biomarcatori presenti nel sangue. La ricerca, pubblicata sulla rivista Clinical Cancer Research e sostenuta dai National Institutes of Health, ha preso in esame campioni ematici di pazienti con adenocarcinoma duttale pancreatico (la forma più comune, che rappresenta circa il 95% dei casi), confrontandoli con quelli di soggetti sani e di individui affetti da patologie pancreatiche benigne come le pancreatiti.
Lo studio ha identificato due nuove proteine, l'aminopeptidasi N (ANPEP) e il recettore polimerico delle immunoglobuline (PIGR), i cui livelli nel plasma risultano significativamente più elevati già nei primi stadi della malattia. Combinando questi due nuovi marcatori con altri due già noti alla ricerca, il CA19-9 (attualmente impiegato per monitorare la risposta alle terapie ma non per lo screening) e la trombospondina 2 (THBS2), il pannello è riuscito a distinguere correttamente i casi di tumore del pancreas da quelli senza cancro nel 91,9% delle situazioni complessive. Un dato ancor più rilevante, perché riguarda la diagnosi precoce, è che per i tumori in stadio iniziale (I e II), il test a quattro marcatori ha identificato correttamente l'87,5% dei casi. Se confermati da studi prospettici più ampi, questi risultati potrebbero portare allo sviluppo di un semplice esame del sangue in grado di intercettare la malattia in soggetti ad alto rischio, come quelli con una storia familiare o con specifiche mutazioni genetiche (BRCA 1 e 2 su tutte) o con cisti pancreatiche.
Le opzioni terapeutiche attuali tra limiti e innovazioni
Sul versante delle cure, se è vero che la ricerca sull'immunoterapia e sui farmaci a bersaglio molecolare non ha ancora prodotto per questa neoplasia i risultati eclatanti visti per altri tumori, qualche passo in avanti si sta comunque compiendo. Una recente novità riguarda l'approvazione da parte dell'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) della rimborsabilità di un Parp-inibitore per i pazienti portatori di mutazioni germinali dei geni Brca, che non hanno mostrato progressione di malattia dopo un primo ciclo di chemioterapia. Inoltre, come ricordato da Silvestris, lo studio italiano "Cassandra", coordinato dall'Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, ha dimostrato come un trattamento chemioterapico sistemico pre-operatorio (schema Paxg) possa raddoppiare la sopravvivenza libera da eventi e migliorare la resecabilità delle neoplasie considerate al confine con l'operabilità. Parallelamente, la ricerca sta esplorando nuove combinazioni di farmaci capaci di agire su diverse vie di crescita tumorale, con l'obiettivo di rendere questo tumore più sensibile alle terapie.
Il nodo irrisolto dello screening e i fattori di rischio primari
A differenza di quanto avviene per il carcinoma della mammella o del colon-retto, per il tumore del pancreas non esiste attualmente un programma di screening strutturato per la popolazione generale. Le linee guida, anche alla luce delle dichiarazioni dell'Aiom e dell'Aigo, limitano la sorveglianza attiva ai soli soggetti considerati ad alto rischio per via di una spiccata familiarità o di sindromi genetiche note, per i quali è indicato un monitoraggio periodico con risonanza magnetica o ecoendoscopia. Per tutti gli altri, la prevenzione resta affidata ai corretti stili di vita, dato che il fumo di sigaretta rappresenta il fattore di rischio modificabile più rilevante e fortemente associato allo sviluppo di questa forma di cancro. A questo si aggiungono l'obesità, una dieta ricca di grassi saturi e povera di frutta e verdura, la scarsa attività fisica e il consumo elevato di alcol. La comunità scientifica, pur sottolineando l'importanza della prevenzione primaria, guarda con interesse agli studi sui biomarcatori, perché solo intercettando la malattia quando è ancora silente si potrà sperare di cambiare la prognosi infausta che ancora oggi accompagna questa patologia.




