Lo stato palestinese e le contraddizioni dell’Occidente: tra diritto e realpolitik
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Redazione Esteri
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Il riconoscimento dello Stato palestinese non è una questione di mera opportunità politica, ma un atto che affonda le radici nel diritto internazionale e nel principio di autodeterminazione dei popoli. Se l’umanità continua a organizzarsi in Stati nazionali, negare ai palestinesi ciò che è stato concesso ad altri significa perpetuare un’ingiustizia storica. Eppure, nonostante l’evidenza giuridica, le cancellerie occidentali procedono con esitazione, strette tra il sostegno a Israele e la crescente indignazione dell’opinione pubblica di fronte alla crisi umanitaria a Gaza.
Stefano Levi Della Torre, architetto e intellettuale ebreo tra i firmatari dell’appello a Giorgia Meloni per il riconoscimento della Palestina, sostiene che il governo italiano non agirà in questa direzione. La ragione? Un patto non scritto tra la destra al potere e quella ebraica più intransigente, che vede nella creazione di uno Stato palestinese una minaccia alla sicurezza di Israele. Una posizione che, se confermata, mostrerebbe come la politica estera italiana sia condizionata da dinamiche interne più che da una visione strategica.
Intanto, altri Paesi europei hanno scelto una strada diversa. Dopo la Spagna di Sánchez, anche Francia e Germania potrebbero presto riconoscere lo Stato palestinese, segnando una frattura nell’unità occidentale. Un gesto simbolico, certo, ma che mette in luce le contraddizioni di governi che da un lato sostengono militarmente Israele – definito da alcuni come “chi fa il lavoro sporco” – e dall’altro non possono ignorare l’orrore suscitato dalle operazioni militari a Gaza.
Ma il riconoscimento unilaterale, secondo alcuni, rischia di essere controproducente. Come sottolinea un editoriale del Wall Street Journal, premierebbe l’intransigenza di Hamas e dell’Autorità Palestinese, minando gli Accordi già firmati. Intanto, a Gaza, la crisi umanitaria assume toni paradossali: l’87% degli aiuti viene intercettato da gruppi armati o finisce nei mercati locali, con Hamas che ne trattiene una parte. Un meccanismo perverso in cui chi dovrebbe essere protetto diventa vittima due volte.




