Ginevra, il bazar del nucleare: l'Iran prova a comprare Trump con petrolio e gas
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Redazione Esteri
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Il tavolo negoziale di Ginevra, quello dove si consuma l'ennesimo, delicatissimo atto della diplomazia tra Stati Uniti e Iran, è in questi minuti il palcoscenico di una partita complessa, nella quale Teheran sembra intenzionata a giocare le sue carte migliori, che poi sarebbero quelle energetiche. Perché se è vero, come riporta il Financial Times, che la Repubblica Islamica starebbe cercando di mettere sul piatto incentivi economici di portata colossale—investimenti nelle sue sterminate riserve di idrocarburi, nello specifico petrolio e gas—per ammorbidire la posizione di Donald Trump ed evitare così un conflitto, allora significa che gli ayatollah hanno letto bene il manuale del tycoon. Una fonte citata dal quotidiano britannico parla chiaro: l'offerta sarebbe “specificamente rivolta al presidente”, configurandosi come una “manna economica” non da poco in termini di diritti di estrazione e sfruttamento di risorse essenziali. Si tratterebbe, in sostanza, di un accordo così conveniente per gli Stati Uniti da risultare indigesto a chi, nel governo americano, spinge per una linea più dura.
L'ombra dei missili e il muro contro muro sull'uranio
Ma la strada per l'intesa è lastricata di ostacoli enormi, e le parole del segretario di Stato americano Marco Rubio, rilasciate alla vigilia del vertice, ne sono la prova lampante. Rubio ha tuonato contro il rifiuto di Teheran di discutere del proprio programma missilistico balistico, definendo la cosa “un problema molto grande”. Ecco, il nodo è tutto qui: mentre Trump—che pure, come ha ribadito Rubio, “preferisce di gran lunga soluzioni diplomatiche”—lascia intendere di voler esplorare questa via, le richieste che arrivano da Washington sono pesantissime. Gli americani, e lo si è capito bene nei colloqui preparatori, chiedono di fatto la resa: un abbandono permanente dell'arricchimento dell'uranio, lo smantellamento dei tre principali impianti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, e la consegna di tutte le scorte di uranio arricchito per poi trasferirle fuori dal paese. Una richiesta, quest'ultima, che per l'Iran rappresenterebbe un'umiliazione inaccettabile e una rinuncia definitiva a qualsiasi ambizione nel settore.
Teheran, dal canto suo, oppone una resistenza che appare granitica su questi punti. I negoziatori iraniani sanno bene che cedere su questi aspetti significherebbe firmare la propria capitolazione strategica nella regione. E allora, mentre a Ginevra Steve Witkoff e Jared Kushner—genero del presidente e figura chiave in queste delicate trattative—tastano il polso della controparte, il rischio concreto è che l'impazienza di Trump, se non vedrà una svolta tangibile, possa tradursi in un “attacco limitato”. Un'opzione, quest'ultima, che aleggia come uno spettro sul Lemano: l'idea sarebbe quella di colpire per persuadere gli ayatollah a fare concessioni, ma nessuno può garantire che l'effetto non sia esattamente opposto, innescando una spirale bellica dall'esito imprevedibile.
La strategia del carota e bastone tra sanzioni e tentazioni commerciali
La storia tra Trump e l'Iran è del resto un'altalena continua tra tentativi di compromesso e minacce militari. Lo fu nel suo primo mandato, quando alla “massima pressione” delle sanzioni—una morsa economica che ha strangolato il paese—si alternarono momenti di altissima tensione come l'uccisione del generale Qassem Soleimani. Oggi, in questo secondo mandato, l'onda torna a sollevarsi, portando con sé gli stessi identici dilemmi. Da una parte c'è l'Iran che prova a incassare la propensione agli affari di Trump, offrendogli un accordo che possa apparire come una vittoria personale: una “importante manna economica”, per l'appunto, che aprirebbe le porte delle compagnie americane a investimenti miliardari nei giacimenti di gas e petrolio iraniani, riserve tra le più vaste al mondo.
Dall'altra, però, c'è l'ala dura dell'amministrazione, rappresentata da figure come Rubio, che considera i missili balistici una minaccia inaccettabile per le basi americane e gli alleati regionali. Il diktat è chiaro: non si può separare il dossier nucleare da quello missilistico. E mentre gli iraniani ribadiscono che il loro programma difensivo non è negoziabile, la finestra per la diplomazia potrebbe chiudersi in fretta. I colloqui di Ginevra, con la mediazione dell'Oman, rappresentano forse l'ultima chance per dimostrare a Washington che esiste una via alternativa alla distruzione militare delle infrastrutture nucleari. Se gli ayatollah riusciranno a incantare Trump con la promessa di affari d'oro, o se prevarrà la logica dello scontro, lo capiremo dalle pieghe di queste ore convulse.




