La Nobel ucraina Matviichuk: la tregua di Putin sul gelo è una farsa, non cederemo territori
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Redazione Esteri
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Oleksandra Matviichuk, la direttrice del Center for Civil Liberties che nel 2022 ha ricevuto il premio Nobel per la Pace, non nutre alcuna fiducia nella sospensione unilaterale degli attacchi annunciata dal Cremlino. "Non ho mai creduto alla tregua di Putin mentre noi congeliamo", afferma, sottolineando come la mossa russa appaia del tutto strumentale. La sua diffidenza, del resto, affonda le radici in una cronaca di violenze che, in quasi due anni di conflitto, ha sistematicamente preso di mira i civili, senza mostrare alcuna forma di pietà. Una strategia del terrore, la sua, che rende difficile considerare credibile un improvviso atto di umanità dettato dalle rigide temperature, le quali sono scese fino a meno dodici gradi nella capitale ucraina.
I limiti di una pausa tattica e il nodo dei colloqui
La tregua, che secondo fonti diplomatiche sarebbe il frutto di una richiesta diretta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Vladimir Putin, si presenta infatti come una misura di portata assai limitata. Il cessate il fuoco, come confermato da Mosca con l'obiettivo di creare "condizioni favorevoli" per i negoziati, dovrebbe riguardare soltanto l'area di Kiev e durare un giorno soltanto. Una pausa brevissima, quindi, che giunge nel mezzo di una grave crisi energetica nazionale, causata da un vasto blackout dovuto a un guasto tecnico e acuita dall'ondata di gelo più intensa della stagione. Nel frattempo, il fronte diplomatico resta attivo: a Miami si sono svolti nuovi incontri tra l'inviato del Cremlino Kirill Dmitriev e una delegazione americana, colloqui definiti "produttivi", mentre quelli in programma ad Abu Dhabi non sono stati annullati nonostante le crescenti tensioni tra Washington e Teheran.
La posizione ucraina e l'incognita dell'azione militare
Sullo sfondo di queste mosse, però, la posizione ucraina rimane ferma e intransigente sulla questione fondamentale dell'integrità territoriale. Matviichuk, parlando a nome di molti, ribadisce con forza che non ci sarà alcuna cessione di terre, considerando quel che è avvenuto nei territori occupati, dove le inchieste internazionali hanno documentato crimini di guerra la cui crudezza impedisce qualsiasi facile pacificazione. L'attenzione, in questa fase, è catalizzata anche dalla possibile evoluzione dello scenario mediorientale, dove un'azione militare americana contro l'Iran potrebbe influenzare gli equilibri diplomatici globali e, di riflesso, la dinamica del conflitto in Europa orientale.
Una tregua fragile in un inverno di sofferenza
Quella che viene presentata come una concessione umanitaria rischia dunque di configurarsi come una mera operazione di facciata, utile forse a guadagnare tempo ma non a modificare le intenzioni strategiche di chi, sino a ieri, colpiva senza distinzione. La popolazione ucraina, che sopporta un inverno rigidissimo e interruzioni di corrente, si trova così sospesa tra la precarietà di una tregua di trentasei ore e la concretezza di un'aggressione che non accenna a finire. Mentre gli inviati discutono, a Kiev e in molte altre città il freddo pungente si mescola alla costante minaccia delle sirene, in un quadro dove le parole sulla pace suonano vuote se non supportate da fatti tangibili e duraturi.




