Guerra e petrolio, l’Italia paga il prezzo più caro: per S

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’ombra lunga del conflitto in Medio Oriente si allunga già sulle previsioni economiche dell’Europa, e nessuno, tra i paesi dell’area euro, sembra destinato a subire una battuta d’arresto più violenta dell’Italia. Secondo le ultime stime diffuse da Standard & Poor’s nel suo consueto appuntamento con il “Global Economic Outlook”, il prodotto interno lordo del nostro paese, che gli stessi analisti valutavano a inizio anno in crescita dello 0,8%, è stato sostanzialmente dimezzato a un misero 0,4% per il 2026. Un taglio secco, questo, che riflette la fragilità di un sistema economico – già provato da tensioni energetiche e da una dipendenza strutturale dalle importazioni – di fronte a uno shock geopolitico improvviso. Le ostilità in Iran, con il conseguente effetto immediato sui prezzi delle materie prime energetiche, hanno insomma riacceso i riflettori su un rischio che molti davano per remoto: quello di una recessione tecnica in Europa entro la metà dell’anno, come lo stesso rapporto non esita a definire “un’ipotesi sempre più concreta”.

Tempesta perfetta sull’eurozona, ma Berlino e Parigi tengono il passo

La fotografia scattata da S&P Global Ratings non è uniforme, e anzi presenta alcune significative differenze tra le principali economie del Continente. L’area euro nel suo complesso, stando al rapporto, dovrebbe fermarsi a una crescita dell’1%, in calo rispetto al precedente +1,2%. Ma a sorprendere, in negativo, è proprio la performance relativa dell’Italia: nessun altro paese dell’Unione registra un dimezzamento così netto delle proprie prospettive di Pil. La Germania, ad esempio, beneficia ancora dello stimolo fiscale interno e riesce a mantenere una crescita attesa dello 0,8%; la Francia fa addirittura meglio, con un +1,9% che la pone tra i motori relativamente più vivaci del vecchio continente. Per trovare un aggiustamento al ribasso simile a quello italiano bisogna guardare oltremanica, dove la Gran Bretagna – ormai extra UE ma comunque esposta alle medesime turbolenze energetiche – vede il proprio Pil ridursi di quattro decimali, passando da una previsione dell’1,4% a un più modesto 1%.

Energia e inflazione, il doppio nodo che strangola l’economia reale

Il punto cruciale, quello che gli analisti di S&P sottolineano con maggiore insistenza, è la concatenazione diretta tra i prezzi dell’energia – impennati dopo lo scoppio delle ostilità in Medio Oriente – e le dinamiche inflazionistiche. Un aumento così repentino del costo del petrolio e del gas, spiega il rapporto, non si limita a erodere il potere d’acquisto di famiglie e imprese, ma rischia di innescare una spirale ribassista sulla domanda interna. In questo quadro, l’Italia appare particolarmente esposta: la sua struttura produttiva, energivora e fortemente orientata all’export, subisce uno choc che si trasmette in modo quasi immediato ai conti delle aziende, alla bilancia commerciale e, infine, alle stesse entrate fiscali. Le parole di Fabio Panetta, del resto, non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche: “Nell’economia oggi l’attenzione è concentrata sull’energia. È un elemento fondamentale e oggi abbiamo delle tensioni. Dopo lo scoppio delle ostilità nel Medioriente i prezzi dell’energia sono aumentati e questo, ovviamente, ha una serie di effetti in prima battuta sull’inflazione e poi sull’economia reale”.

Rischi al ribasso anche per gli Stati Uniti, mentre Trump osserva

La crisi, naturalmente, non risparmia nemmeno le economie d’oltreatlantico. Il report di Standard & Poor’s parla esplicitamente di “prospettive decisamente al ribasso” anche per gli Stati Uniti, dove la presidenza di Donald Trump – tornato alla Casa Bianca – si trova ora a dover gestire una fase di crescente incertezza internazionale. Pur senza ipotizzare scenari apocalittici, l’agenzia di rating segnala che lo shock energetico legato alle tensioni con l’Iran rischia di compromettere quella fragile traiettoria di crescita globale che, fino a poche settimane fa, sembrava potesse consolidarsi. Per l’Europa, invece, il pericolo è più immediato e assume la forma di una possibile recessione tecnica entro metà anno. Un’eventualità che, se dovesse concretizzarsi, metterebbe a dura prova non solo i bilanci nazionali ma anche la tenuta stessa delle politiche fiscali coordinate, in un momento storico in cui i margini di manovra sono già ridotti all’osso. L’Italia, con la sua crescita ridotta a un lumicino, resta il termometro più sensibile di questa nuova, fredda stagione economica.

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