Dazi di Trump, Crosetto gela Borghi: "Non siamo a tifare come allo stadio"
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Redazione Esteri
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La scelta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di imporre dazi, inizialmente al 10%, a Francia e Germania – una misura destinata a inasprirsi qualora non venga raggiunto un accordo per l’acquisto della Groenlandia – ha acceso una polemica nel cuore della maggioranza di governo, rivelando una frattura di percezione che va ben oltre i toni utilizzati sui social network. A innescarla è stato un commento del senatore leghista Claudio Borghi, il quale, attraverso un post sulla piattaforma X, ha espresso esplicitamente il suo intento di “festeggiare” per una decisione che, a suo parere, colpirebbe i “bellicisti” d’Europa, ovvero quei paesi che hanno scelto di inviare proprie truppe nell’isola artica.
Una replica netta dal ministro della Difesa
A replicare, con un tono che tradiva una sostanziale incomprensione, è intervenuto il ministro della Difesa Guido Crosetto, il quale, rivolgendosi direttamente al collega di partito alleato, ha smontato l’approccio da tifoseria. “Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter”, ha scritto Crosetto, sottolineando come non vi sia alcun vantaggio, per un paese come l’Italia, nel celebrare l’indebolimento economico di partner commerciali e industriali di primo piano, i quali sono al contempo alleati strategici. La posizione del ministro, che invoca invece dialogo e buon senso tra alleati, delinea una visione della politica estera diametralmente opposta a quella espressa da una parte della Lega, la quale storicamente rappresenta l’ala più critica verso gli impegni militari internazionali del paese.
La visione della Lega e le reazioni politiche
Il partito guidato da Matteo Salvini, infatti, ha colto l’occasione per ribadire la sua linea, interpretando i dazi americani come una sorta di meritata punizione per quelle nazioni europee che, a suo dire, si sono lasciate trascinare da un “bellicismo parolaio e dannoso”. Una lettura che celebra, in controluce, la scelta italiana di mantenersi fuori dall’invio di contingenti in Groenlandia, una decisione ribadita più volte anche dalla premier Giorgia Meloni, la quale ha precisato che un eventuale impegno sarebbe concepibile soltanto nel quadro e sotto l’egida della NATO. Questa divergenza di vedute, peraltro, non si è limitata a uno scambio tra parlamentari, ma ha offerto un appiglio alle opposizioni per rinfocolare le critiche verso un esecutivo accusato di eccessiva subalternità alle mosse di Washington, aprendo così un nuovo fronte di tensione interna su una materia, quella della politica estera, già di per sé delicatissima.
Le implicazioni di una disputa non solo verbale
Al di là delle parole, che qualcuno ha definito incredule, usate dal ministro Crosetto, lo scontro evidenzia come la gestione delle relazioni transatlantiche, in un periodo segnato da scelte unilaterali come quelle di Trump, possa generare frizioni anche profonde all’interno di coalizioni di governo. La questione dei dazi, infatti, non è percepita da tutti nello stesso modo: c’è chi vi legge una rivalsa contro posizioni giudicate troppo interventiste e chi, invece, vi scorge un pericoloso elemento di destabilizzazione per gli equilibri economici e diplomatici del continente. Una divergenza che, se da un lato manifesta le differenti sensibilità politiche, dall’altro costringe a riflettere sulla coerenza e sulla sostenibilità di posizioni che rischiano di apparire contraddittorie quando osservate dall’estero.




