Omicidio Bakari Sako a Taranto, la svolta delle indagini: cinque fermati, tra loro un quindicenne
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Redazione Interno
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La città vecchia di Taranto, scrigno di vicoli e piazze che la notte trasformano il loro volto in una sorta di labirinto silenzioso, è stata teatro all’alba del 9 maggio di un evento che le indagini – coordinate dalla Squadra Mobile e serrate in un lavoro certosino di incrocio tra immagini e testimonianze – hanno ricondotto a una dinamica brutale. Bakari Sako, bracciante maliano di 35 anni, stava raggiungendo il posto di lavoro quando è stato accerchiato da un gruppo di giovani; lo hanno aggredito in piazza Fontana, nel cuore del centro storico, e nessuno, neppure quando lui, ferito, è entrato in un bar chiedendo aiuto, ha potuto evitare che quelle ferite gli fossero fatali. Di lui, hanno raccontato gli inquirenti, restano la bicicletta, uno zainetto con il necessario per la giornata nei campi e l’attesa di diventare padre.
Il fermo dei cinque giovanissimi e l’arma del delitto
La svolta è arrivata attraverso un’indagine lampo, condotta in poche ore e culminata con l’esecuzione di cinque provvedimenti di fermo. Quattro di essi sono minorenni; solo uno, un ventenne, ha appena superato la soglia della maggiore età. A incastrarli – secondo quanto si apprende da fonti giudiziarie – sono state le telecamere di sicurezza, che hanno restituito frammenti di una sequenza nella quale i ragazzi accerchiano la vittima, e un quinto giovane, ancora più giovane dei suoi complici, sferra i colpi letali. Si tratta di un quindicenne, che compirà sedici anni tra pochi giorni, accusato di aver colpito Sako con un’arma da taglio – un coltello o forse un cacciavite, è ancora oggetto di accertamento – tre volte tra torace e addome.
Le indagini e il coordinamento tra procure
Le indagini, seguite dalla sostituta procuratrice della Repubblica di Taranto e dalla procura presso il tribunale per i minorenni di Bari, hanno ricostruito l’accerchiamento come un’azione di gruppo: i cinque hanno bloccato l’uomo, lo hanno circondato e poi lasciato che il più giovane di loro colpisse, senza che nessuno dei presenti – né tra gli aggressori, né tra i passanti occasionali – tendesse una mano a Sako. Il bracciante, agonizzante, è riuscito comunque a entrare in un esercizio pubblico, ma il personale del bar, forse colto da panico o da incredulità, non ha potuto fare nulla se non assistere a un crollo ormai irreversibile. L’omicidio, nelle carte d’accusa, è aggravato dai futili motivi: non c’è stata una rapina, né una lite pregressa, ma solo una violenza improvvisa e gratuita.
La vittima e il contesto dell’aggressione
Bakari Sako, originario del Mali, viveva e lavorava a Taranto come bracciante agricolo; si spostava in bicicletta, quella che gli inquirenti hanno trovato ancora accanto allo zainetto, e quella mattina stava semplicemente andando a lavorare. La sua storia – come quelle di tanti altri migranti impiegati nel caporalato e nel duro lavoro dei campi – si è spezzata in una piazza della città vecchia, dove la movida giovanile lascia talvolta spazio, dicono gli investigatori, a episodi di violenza gratuita. Un quinto minorenne, inizialmente indicato come fuggitivo, risulta invece fermato insieme agli altri; nessuno dei cinque, al momento, ha reso dichiarazioni spontanee agli inquirenti, che continuano a interrogare i ragazzi separatamente per definire i ruoli di ciascuno. Resta da chiarire, inoltre, se l’aggressione sia stata premeditata o se sia scaturita da un’occasione improvvisa, ma il quadro investigativo – solido sulle immagini e sui riscontri tecnici – non lascia dubbi sulla materialità del fatto.




