Melania, il film sulla first lady rischia il flop al botteghino

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non capita spesso che un'amministrazione presidenziale si trovi a fare i conti con un giudizio espresso direttamente dal pubblico nelle sale cinematografiche, un evento che, se si esclude il caso di “Fahrenheit 9/11” di Michael Moore nel 2004, non ha molti precedenti illustri. Questa volta, però, la pellicola sotto esame, “Melania”, è stata prodotta con il pieno avallo di Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, il quale ne ha voluto fortemente la realizzazione, trasformando il documentario dedicato alla consorte in una sorta di operazione di immagine ufficiale. La scelta di tenere rigorosamente fuori la stampa dalla prima proiezione, tenutasi al Kennedy Center, appare quindi come una mossa calcolata, volta a controllare il messaggio e a evitare domande scomode, privilegiando invece la presenza di una platea compatta di ministri e parlamentari repubblicani, tra i quali spiccava anche la figura controversa della segretaria per la Sicurezza Interna.

Una strategia di comunicazione blindata

L’esclusione dei giornalisti dall’anteprima, un fatto inusuale per un’opera destinata al grande pubblico, ha alimentato ancor di più le voci su un possibile insuccesso commerciale, voci che circolano nonostante il consistente sostegno finanziario garantito da Jeff Bezos al progetto. Il film, che esce oggi nelle sale, si scontra con un mercato ancora provato dalle conseguenze della pandemia, un fattore che, come sottolineano alcuni analisti, rende qualsiasi lancio cinematografico particolarmente arduo. La pellicola, che ripercorre la vita della first lady, cerca di costruire una narrazione intima, sebbene l’approccio agiografico e la mancanza di distacco critico rischino di limitarne l’appeal verso un pubblico più ampio e disincantato.

Lo stile come cifra distintiva di un’epoca

Al di là delle sorti al botteghino, che molti già danno per compromesse, è indubbio come Melania Trump abbia impresso il suo marchio nell’immaginario collettivo soprattutto attraverso una precisa estetica, un aspetto che il documentario non manca di esaltare. Il suo guardaroba, definito da Vogue America “conservatore, ma opulento”, e la sua impeccabile acconciatura sono diventati veri e propri codici di comunicazione non verbale, oggetto di attenzione e di discussione pubblica quasi quanto le sue rare dichiarazioni ufficiali. Quel cappello con visiera ben calato sugli occhi, indossato il giorno dell’insediamento del presidente, e il suo ammiccante “Here we are again” pronunciato con l’inconfondibile accento, sono già entrati nella galleria dei momenti iconici della politica recente, simboli di un’era caratterizzata da un’incessante sovrapposizione tra immagine personale e azione di governo.

Tra immagine e sostanza

L’operazione cinematografica su Melania Trump, dunque, si colloca in questo solco, tentando di trasformare una figura spesso percepita come riservata in un personaggio narrativo di ampio respiro. La sfida, però, resta notevole: convincere gli spettatori a pagare un biglietto per una storia il cui finale, in un certo senso, è già scritto e si consuma quotidianamente sotto i riflettori della Casa Bianca. Il rischio reale, al di là delle previsioni di incasso, è che l’opera venga percepita non come un documentario approfondito, ma come un lungo spot politico, un genere che, storicamente, fatica a trovare spazio nel cuore del grande pubblico, il quale spesso preferisce alle agiografie le analisi più complesse e sfaccettate.

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