Errori di somministrazione e il modello di reclutamento che mette a rischio i pazienti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Gli errori nella somministrazione dei farmaci accertati al San Raffaele di Milano, sui quali l’Ats ha aperto una specifica indagine, traggono origine – come evidenziato da segnalazioni pervenute da mesi – da un sistema di reclutamento del personale sanitario che, pur di colmare rapidamente le carenze organiche, finisce per eludere i necessari controlli sulle competenze tecniche e cliniche. Quel che è accaduto nel noto ospedale, dove in un reparto si erano dimessi sedici infermieri in appena tre mesi creando un vuoto poi riempito con personale di cooperative, non rappresenta un episodio circoscritto ma il sintomo di una prassi ormai consolidata, la quale, sebbene garantisca una copertura formale dei turni, di fatto introduce nelle corsie operatori non adeguatamente verificati, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di sicurezza delle cure.

La risposta dell’ospedale e le responsabilità dirigenziali

Davanti alla diffusione delle notizie sui gravi disservizi, il nuovo amministratore dell’IRCCS, Marco Centenari, nominato dal consiglio di amministrazione con procedura d’urgenza, ha pubblicato un comunicato ufficiale nel quale, riconoscendo il “turbamento” creato dagli eventi – definiti come “caos San Raffaele” –, ha posto l’accento sull’assoluta priorità della tutela della salute e della sicurezza dei pazienti. Una presa di posizione, la sua, che arriva dopo le dichiarazioni rilasciate in precedenza dal manager dell’ospedale, il quale, pur ammettendo l’esistenza di “errori” dal punto di vista gestionale, aveva sostenuto di non comprendere le “polemiche politiche” e di avervi riparato con le decisioni del Cda, esprimendo al contempo piena fiducia nella professionalità del personale medico e infermieristico. Tali affermazioni, tuttavia, appaiono in netto contrasto con i fatti emersi dalle indagini, i quali dipingono un quadro di serie criticità operative, caratterizzato da problemi comunicativi, difficoltà nella gestione dei farmaci e mancanza di conoscenza delle procedure, ascrivibili – come riportato – a “scelte dirigenziali precise” compiute dai vertici della struttura.

Un fenomeno strutturale oltre il singolo caso

La vicenda del San Raffaele, per quanto grave, rischia di essere percepita come una storia isolata, laddove invece si inserisce in un fenomeno più ampio e preoccupante. Il modello di approvvigionamento di personale sanitario tramite intermediari, che in Lombardia si sta diffondendo in maniera significativa, se da un lato risponde a un’esigenza contingente di personale, dall’altro presenta il vulnus sistemico di un vaglio delle competenze spesso frettoloso e superficiale. È questo meccanismo, finalizzato a supplire in tempi brevi a carenze croniche di organico, a generare le condizioni per cui operatori non sufficientemente formati o valutati possano trovarsi a operare in contesti ad alta complessità, con tutti i rischi che ne conseguono per l’incolumità dei degenti.

L’indagine e il nodo della sicurezza delle cure

L’indagine avviata dall’Ats costituisce il passaggio doveroso per accertare le responsabilità specifiche negli errori di somministrazione verificatisi. La sua importanza, però, trascende il singolo episodio, poiché chiama in causa la tenuta complessiva di un sistema che affida porzioni sempre più ampie dell’assistenza a percorsi di reclutamento esternalizzati. La garanzia della sicurezza dei pazienti, che rimane il principio cardine di qualsiasi struttura sanitaria, non può infatti prescindere da un rigoroso e trasparente processo di selezione e verifica continua del personale, a prescindere dal canale attraverso cui esso viene ingaggiato. Gli sviluppi delle verifiche in corso saranno dunque cruciali per comprendere fino in fondo le dinamiche che hanno portato a quei gravi disservizi e, soprattutto, per valutare la reale efficacia delle misure correttive annunciate dalla nuova dirigenza dell’ospedale.

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