Il dossier: troppi errori nella somministrazione dei farmaci nelle Rsa

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Una compressa su tre, nelle Residenze Sanitarie Assistenziali italiane, viene tritata, spezzata o comunque alterata prima di essere somministrata agli ospiti, un’operazione che nel tredici per cento dei casi viene classificata come inappropriata dagli esperti. I dati emergono dalla prima indagine nazionale condotta per valutare la pratica, molto diffusa, di modificare la forma farmaceutica dei medicinali, spesso a causa delle difficoltà di deglutizione tipiche della popolazione anziana più fragile. Se da un lato, infatti, la manipolazione appare motivata da necessità pratiche immediate, dall’altro può comportare conseguenze significative, poiché può pregiudicare l’efficacia terapeutica del farmaco stesso e, in alcuni casi, esporre a rischi anche gli operatori che ne gestiscono la preparazione.

Le conseguenze di un’alterazione impropria

Sbriciolare una compressa o aprire una capsula, gesti che a una prima analisi possono apparire innocui, rischiano di vanificare la terapia in corso. Il principio attivo, infatti, potrebbe disperdersi o non essere più rilasciato nei tempi e nei modi previsti dalla sua formulazione originaria. Particolarmente critico è il caso delle capsule cosiddette gastroresistenti, il cui rivestimento è progettato appositamente per proteggere il farmaco dall’acidità dello stomaco, garantendone il rilascio soltanto a livello intestinale. La rimozione di questo scudo, resa necessaria dalla pratica di aprire l’involucro, non solo riduce o annulla i benefici clinici attesi, ma può anche causare effetti tossici e lesivi per la mucosa gastrica, trasformando un trattamento di cura in una potenziale minaccia per l’organismo.

Il politerapismo e il contesto di rischio

Il quadro diviene ancor più complesso se si considera che, mediamente, ogni ospite di una Rsa assume circa otto farmaci differenti ogni giorno. Questo politerapismo, spesso inevitabile date le patologie multiple che caratterizzano la terza età, espone già di per sé a un elevato rischio di interazioni pericolose tra principi attivi: l’indagine rivela che il quarantadue per cento degli anziani è soggetto ad almeno una di queste interferenze, con casi che arrivano a registrarne fino a sette contemporaneamente. A questo scenario già di per sé delicato, si somma dunque la variabile aggiuntiva rappresentata dalla manipolazione fisica dei medicinali, che introduce un ulteriore elemento di imprevedibilità nell’assorbimento e nell’azione delle sostanze.

Le voci degli specialisti e la necessità di attenzione

A lanciare l’allarme sono stati gli stessi geriatri che hanno promosso lo studio, i quali sottolineano come la questione riguardi non soltanto l’appropriatezza clinica ma anche la sicurezza complessiva del percorso di cura. La manipolazione, sebbene talvolta necessaria, deve essere quindi eseguita con piena consapevolezza delle proprietà farmacologiche e tecnologiche di ciascun medicinale, evitando quelle azioni routinarie che, pur semplificando l’atto pratico della somministrazione, ne compromettono inavvertitamente l’efficacia. L’indagine, i cui risultati completi saranno resi noti prossimamente, punta a mappare un fenomeno fino a oggi non quantificato sistematicamente, fornendo una base di evidenza per migliorare i protocolli operativi all’interno delle strutture.

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