Big tech, il peso dell'AI è nelle note a piè di pagina: 3.000 miliardi di spese «fuori bilancio»
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Redazione Economia
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Compra oggi, paghi domani. Per alimentare la corsa all'intelligenza artificiale, le big tech americane stanno attuando un monumentale piano di Buy Now Pay Later, la cui sostenibilità finanziaria dipenderà dalla velocità di adozione dell'AI e dai ritorni che sarà in grado di generare. Nell'attesa, Google, Amazon, Meta e gli altri colossi della tecnologia a stelle e strisce stanno assumendo impegni di spesa futuri enormi che, tuttavia, risultano difficilmente quantificabili per analisti e investitori.
Per ricostruirne l'entità, infatti, non basta leggere le relazioni di bilancio; bisogna esaminare soprattutto le note a piè di pagina.
L'iceberg finanziario da 3.000 miliardi
Il Wall Street Journal ha compiuto un'analisi approfondita dei documenti contabili, scoprendo che, fuori bilancio, le nove maggiori aziende tecnologiche americane hanno obblighi di acquisto o affitto di chip, data center, energia e altri beni per un valore di circa 3.000 miliardi di dollari. Una cifra, quest'ultima, che risulta essere cinque volte superiore agli investimenti in AI dichiarati "ufficialmente" e che comprende principalmente 1.200 miliardi di dollari in leasing non ancora iniziati e 1.900 miliardi in impegni di acquisto.
Niente di illegale, ben inteso; le regole contabili consentono, per esempio, a Meta di tenere fuori dal rendiconto i 12,3 miliardi di dollari di canoni di leasing che si è impegnata a versare per utilizzare il mega data-center Hyperion in costruzione in Louisiana, sinché il contratto non inizierà ad avere esecuzione. Gli stessi principi contabili permettono alle aziende di non mettere a bilancio i 1.900 miliardi di acquisti di chip già deliberati, finché questi semiconduttori non saranno consegnati.
Il rischio di una bolla e l'allarme della Bce
L'enormità delle cifre in ballo e la crescente circolarità dei contratti stanno suscitando non pochi dubbi sulla reale sostenibilità dell'industria dell'AI. Michael Burry, celebre per aver previsto la crisi dei mutui subprime nel 2009, parla da mesi di una gigantesca bolla finanziaria pronta a esplodere, sostenendo che le aziende si stiano "abbuffando" di passività fuori bilancio.
A gettare ulteriore benzina sul fuoco è ora anche la Banca Centrale Europea, che in uno studio pubblicato sul proprio blog firmato dagli economisti Malin Andersson, Johannes Breckenfelder, Stefano Corradin, Kalin Nikolov e Maria Antonietta Viola, ha lanciato un vero e proprio allarme sul rischio di una "correzione" delle valutazioni azionarie delle cosiddette Magnifiche 7 del settore hi-tech, ovvero Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla.
Secondo l'analisi della Bce, le valutazioni dei mercati azionari statunitensi sono vicine ai massimi storici e l'enorme entusiasmo per l'AI, pur avendo precedenti storici come il boom ferroviario o la bolla delle dot-com, potrebbe portare a una brusca battuta d'arresto.
L'esposizione dell'Europa: 440 miliardi a rischio
Il punto più delicato dell'analisi della Bce riguarda la forte esposizione degli investitori europei a un eventuale crollo di questi titoli. Secondo le stime dell'istituto di Francoforte, le famiglie dell'area euro, che investono sempre di più in ETF a basso costo, hanno un'esposizione di circa 440 miliardi di euro in titoli tecnologici statunitensi, spesso senza essere pienamente consapevoli del rischio di concentrazione che stanno correndo. A questa cifra si aggiungono le posizioni rilevanti detenute da compagnie assicurative e fondi pensione, rispettivamente per 250 e 200 miliardi.
Il timore è che una brusca correzione dei Magnifici 7 possa costringere i fondi di investimento a vendere attività per far fronte alle richieste di rimborso, innescando una spirale ribassista che potrebbe contagiare l'intero mercato e minare la stabilità finanziaria dell'Europa, in un contesto macroeconomico che lascia meno margine di manovra rispetto al passato per tagliare i tassi o utilizzare la politica fiscale.
Le regole contabili e il futuro dell'industria
La fitta rete di contratti reciproci fra le aziende protagoniste della corsa all'AI rende difficile capire chi abbia realmente da guadagnare da un accordo. È notizia di ieri, per esempio, che Nvidia è pronta a fornire una garanzia fino a 105 miliardi di dollari per la costruzione di un mega-data center in Ohio che dovrebbe andare in leasing a OpenAI, di cui la stessa Nvidia è azionista, in un progetto finanziato dal gruppo giapponese Softbank. Di fronte a queste cifre e alla complessità finanziaria, le opinioni sul futuro restano polarizzate.
Se da un lato c'è chi teme una bolla speculativa, dall'altro Sam Altman di OpenAI ritiene che il rischio non sia avere troppe infrastrutture AI, ma troppo poche per assecondare il boom della domanda. Gli ultimi conti trimestrali di Anthropic, che hanno registrato ricavi per 11,5 miliardi di dollari tra aprile e giugno, sembrano dargli ragione; tuttavia, come ha riconosciuto lo stesso CEO Dario Amodei, l'AI dovrà ancora dimostrare il suo portato rivoluzionario, concentrandosi sui benefici globali della tecnologia piuttosto che sui messaggi di marketing.
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