Tragedia a Roma, sulla famiglia travolta in via Collatina la procura ipotizza il dolo eventuale
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Redazione Interno
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Tre vite spezzate in un frontale violentissimo, una Yaris lanciata contromano che non lascia scampo a chi viaggiava a bordo della Fiat Punto. È il bilancio di una notte di follia sulla via Collatina, dove un inseguimento iniziato nel quartiere Quarticciolo si è trasformato in una strage. La procura di Roma, al lavoro per ricostruire ogni singolo istante di quella corsa terminata allo schianto, ha aperto un fascicolo che pesa come un macigno sui tre fermati: l’ipotesi, per gli inquirenti, è quella di omicidio con dolo eventuale. Significa, in termini giuridici e umani, che i tre sudamericani a bordo della vettura - il ventiquattrenne argentino Ramiro Julian Romero, alla guida, il ventottenne cileno Marcelo Ignacio Vasquez Ancacura e il trentunenne cubano Alver Suniga, quest’ultimo seduto dietro - potrebbero aver fatto i conti con la possibilità di uccidere pur di non fermarsi, accettando il rischio e andando avanti lo stesso, costi quel che costi.
La dinamica, al netto dei rilievi della scientifica e delle testimonianze raccolte dagli agenti del VI Gruppo Torri, appare drammaticamente lineare nella sua brutalità. Una pattuglia della Polizia di Stato, in zona Tor Tre Teste, intima l’alt a una Toyota Yaris con a bordo i tre indagati: il conducente non solo ignora il segnale, ma accelera, dando inizio a una fuga che si snoda per alcuni chilometri nelle vie della periferia est. Le telecamere e i verbali raccontano di un secondo equipaggio, questa volta dei Carabinieri, che tenta di raggiungere il veicolo ma lo perde presto di vista, mentre gli agenti scelgono di mantenere una distanza di sicurezza, proprio per scongiurare il pericolo di incidenti. Un pericolo che, invece, si materializza all’altezza di via Collatina: la Yaris invade la corsia opposta e si schianta frontalmente contro la Punto su cui viaggiava la famiglia Ardovini. Patrizia Capraro, 64 anni, e il marito Giovan Battista Ardovini, 70, muoiono sul colpo; il figlio Alessio, 41 anni, appena guarito da una malattia, viene strappato alla vita poche ore dopo al Policlinico Umberto I.
Una notte di fuga e arnesi da scasso, le indagini si concentrano sullo stato psicologico dei fuggitivi
Ciò che rende la posizione dei tre fermati particolarmente grave, agli occhi della magistratura, non è soltanto l'esito del sinistro ma il contesto in cui è maturato. Durante l'inseguimento, raccontano le fonti investigative, il conducente avrebbe tenuto una condotta spericolata, probabilmente alimentata dalla disperazione di chi ha molto da nascondere: all'interno dell'abitacolo, infatti, gli agenti hanno rinvenuto e sequestrato jammer per neutralizzare i sistemi d'allarme e un set di cacciaviti professionali, inequivocabilmente destinati a furti in appartamento. Non è un dettaglio da poco, perché delinea il profilo di soggetti che, presumibilmente, erano in trasferta con l'obiettivo di colpire e che, una volta intercettati, hanno deciso di giocarsi il tutto per tutto pur di non finire in manette.
La svolta nelle indagini, e la conseguente ipotesi di reato che aggrava la posizione del trio, poggia su un principio giurisprudenziale complesso ma terribilmente concreto, quello del dolo eventuale. Non si tratta più, come per l'omicidio stradale "classico", di una colpa cosciente, di un errore colposo aggravato dalla fuga, ma di un atteggiamento psicologico che si avvicina pericolosamente alla volontarietà dell'evento morte. La procura dovrà dimostrare che Romero e gli altri, proseguendo a folle velocità in una strada urbana e invadendo la corsia opposta, abbiano superato la soglia della semplice "speranza di farcela" per varcare quella dell'"accettazione del rischio": io continuo, anche se so che potrei ammazzare qualcuno, e di questo qualcuno me ne faccio carico pur di scappare.
Il precedente giurisprudenziale e il comportamento nella fuga come prova dell'accettazione del rischio
La Cassazione, in passato, ha avuto modo di delineare i confini di questo discrimine psicologico. In una nota sentenza del 2015, la Suprema Corte ha stabilito che il dolo eventuale può configurarsi anche in incidenti stradali mortali, a patto che si dimostri rigorosamente che il conducente abbia consapevolmente accettato l'idea di uccidere pur di raggiungere il suo scopo, ad esempio la fuga. Non è sufficiente la guida pericolosa, ma occorre provare che l'agente si sia confrontato con la possibilità concreta di provocare un lutto e abbia deciso di proseguire comunque, magari perché accecato dalla priorità di sottrarsi all'arresto.
I giudici, in casi analoghi, hanno spesso valutato una serie di indicatori fattuali: la durata e la ripetizione dell'azione pericolosa, la distanza percorsa in condizioni di pericolo, la personalità dei soggetti e, non ultimo, il comportamento tenuto dopo il fatto. Nel caso della Yaris in via Collatina, a emergere è anche questo aspetto: dopo lo schianto, mentre i corpi di Patrizia, Giovan Battista e Alessio giacciono senza vita lì dove l'impatto li ha straziati, i tre occupanti della macchina pirata tentano in ogni modo di darsi alla macchia. Uno viene bloccato subito, gli altri due vengono rintracciati e arrestati solo dopo essere stati trasportati in ospedale per le ferite riportate. Una reazione, questa, che agli occhi degli investigatori potrebbe suonare come l'ennesima conferma di una volontà prioritariamente indirizzata alla salvezza personale, a qualsiasi prezzo.
Il cordoglio per le vittime e la macchina investigativa al lavoro su più fronti
Mentre la città di Roma si stringe attorno alla memoria della famiglia Ardovini, che in un istante ha visto cancellare il proprio futuro, la macchina giudiziaria procede speditamente. I tre sudamericani, le cui identità sono state accertate dagli uffici immigrazione vista la loro posizione irregolare sul territorio, rimangono in stato di fermo. Le accuse, per ora, sono un catalogo che pesa come un macigno: omicidio stradale in concorso, resistenza a pubblico ufficiale, violenza, porto di oggetti atti allo scasso e ricettazione. Ma il reale baricentro dell'inchiesta, quella parola "dolo" che trasforma una fuga sconsiderata in un'accusa di omicidio volontario, è ciò su cui si concentreranno nei prossimi giorni i magistrati e gli investigatori della Polizia di Stato e della Squadra mobile, chiamati a raccogliere ogni elemento utile per dimostrare che quei chilometri percorsi in preda al panico siano stati, di fatto, un viaggio di sola andata verso l'omicidio.




