Via Collatina, la dash cam ha ripreso la fuga dei tre ladri: “Rischiano vent’anni di carcere”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’istante in cui una scelta di fuga si trasforma in una strage è stato impresso nella memoria di un disco rigido, quello della dash camera installata a bordo della volante della polizia. Le immagini, ora agli atti dell’inchiesta coordinata dalla pm Giulia Guccione, restituiscono la progressione folle della Toyota Yaris – una vettura presa a noleggio – che domenica sera ha seminato morte sulla via Collatina. Non si vede l’impatto, è bene precisarlo, perché gli agenti, come da prassi per non incorrere in rischi maggiori, mantenevano una distanza di sicurezza. Si vede però, e con chiarezza, la condotta di guida di chi era deciso a seminare le forze dell’ordine a ogni costo: una corsa zigzagante, durata per circa dieci chilometri, fatta di sorpassi azzardati e semafori saltati, una sequenza che già di per sé racconta la coscienza e la volontà del rischio corso.

E chi viaggiava a bordo di quell’abitacolo, adesso, deve fare i conti con un’accusa pesantissima, quella di concorso in omicidio volontario con dolo eventuale. Una contestazione, questa, che supera di gran lunga l’ipotesi dell’omicidio stradale e che potrebbe costare fino a vent’anni di reclusione. Alla guida della Yaris c’era Julian Ramiro Romero, ventiquattrenne argentino con un passato di denunce per maltrattamenti e furto in abitazione. Al suo fianco, Marcelo Ignacio Vasquez Ancacura, cileno di 28 anni, e sul sedile posteriore Alver Suniga, cubano del 1994. Per Romero e Vasquez, entrambi ricoverati in prognosi riservata – al primo è stata amputata una gamba in seguito allo schianto – è stato disposto il piantonamento in ospedale, mentre Suniga si trova nel carcere di Regina Coeli.

La svolta nelle indagini: un supertestimone e gli arnesi del mestiere

Se le immagini della polizia non riprendono il momento esatto dello schianto, a fornire un tassello decisivo è stato un automobilista che si trovava a pochi metri di distanza. L’uomo, ascoltato dagli inquirenti, viaggiava a bordo di una vettura che seguiva la Fiat Punto della famiglia Ardovini, quella su cui viaggiavano Giovanni Battista Ardovini, 70 anni, la moglie Patrizia Capraro, 64, e il figlio Alessio, 41. Il testimone ha raccontato di aver visto la Yaris sfrecciare a velocità incongrua, invadere la corsia opposta e centrare in pieno l’utilitaria che procedeva regolarmente verso Roma. Ha anche descritto, ed è un dettaglio che gli inquirenti ritengono cruciale, la disperata e inutile manovra del padre alla guida della Punto, il quale aveva tentato istintivamente di evitare l’impatto. Le sue dichiarazioni, rese sotto choc, rappresentano per ora la prova regina per ricostruire la dinamica e inchiodare i fuggitivi alle loro responsabilità.

Ma la Yaris non conteneva solo i suoi tre occupanti. A bordo, gli agenti hanno rinvenuto un vero e proprio kit da scasso: cacciaviti e un jammer, quel dispositivo in grado di interferire con le frequenze degli antifurto, neutralizzandoli e consentendo di ripulire le auto o svaligiare appartamenti in silenzio. Un ritrovamento che, al di là della fuga e dell’incidente, delinea il profilo di una banda dedita ai furti. La segnalazione che aveva innescato tutto, del resto, era partita dall’app Youpol intorno alle 22.30 di domenica: una soffiata anonima segnalava una Yaris sospetta all’incrocio tra viale Palmiro Togliatti e via Ascoli Satrico, nel quartiere Quarticciolo. Non spaccio, come inizialmente si era ipotizzato, ma un’auto sospetta, punto.

Il viaggio interrotto della famiglia Ardovini e la posizione della procura

Mentre i tre sudamericani tentavano di far perdere le proprie tracce, la famiglia Ardovini stava semplicemente tornando a casa. Provenivano da una serata trascorsa insieme, forse da una festa con parenti, e percorrevano il tragitto di sempre a bordo della loro Fiat Punto. Giovanni Battista era un ex infermiere in pensione, la moglie Patrizia una pensionata, e Alessio, il figlio, lavorava come dipendente in un ristorante McDonald’s. Proprio per andarlo a prendere o accompagnarlo al lavoro, dato che il ragazzo aveva da poco superato un problema di salute, i genitori compivano spesso quel percorso. Il loro viaggio si è interrotto all’altezza del chilometro 661 della Collatina, a poche centinaia di metri da casa, in quel lembo di periferia tra via di Salone e via dell’Acqua Vergine. I genitori sono morti sul colpo, il figlio è deceduto poco dopo il ricovero all’ospedale Umberto I.

È sulla base della ricostruzione complessiva – la fuga, la guida spericolata, la presenza degli arnesi da scasso – che la procura ha optato per l’ipotesi di reato più grave nei confronti del terzetto. La decisione della pm Guccione di contestare il dolo eventuale poggia su un presupposto preciso: chi imbocca una curva contromano a forte velocità per sottrarsi a un controllo, e prosegue la sua corsa nonostante la presenza di altre auto, accetta consapevolmente l’eventualità di uccidere. Romero, Vasquez e Suniga dovranno rispondere, oltre che di omicidio volontario in concorso, di resistenza a pubblico ufficiale e possesso di arnesi da scasso. Nei prossimi giorni sono attesi gli esiti dei test tossicologici e alcolimetrici sul conducente, mentre per le vittime verrà disposta l’autopsia. I legali della famiglia superstiti, composta dal secondogenito della coppia, Danilo, attendono l’udienza di convalida davanti al gip, prevista nelle prossime ore.

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