Via Collatina, la folle corsa a 150 all’ora e quel noleggio senza patente: indagini sulla società che ha dato l’auto ai ladri
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Redazione Interno
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C’è una domanda che torna ossessiva, nei racconti dei vicini di casa e in quelli degli inquirenti, ed è una domanda che pesa come un macigno sulla coscienza di una città intera: come è possibile che tre ragazzi sudamericani, tutti senza patente e con l’intenzione evidente di compiere un furto, siano riusciti a mettersi al volante di una Toyota Yaris ibrida di ultima generazione? La risposta, complicata e inquietante, affonda le radici in un vorticoso giro di società di autonoleggio su cui la Procura di Roma ha deciso di fare piena luce. L’auto, lo hanno ricostruito gli investigatori, era stata presa da una società di noleggio che a sua volta l’aveva avuta da un’altra azienda più grande; una catena di passaggi che di fatto ha permesso a Julian Ramiro Romero, il ventiquattrenne argentino alla guida finito in ospedale con una gamba amputata, di sedersi al volante nonostante non avesse mai conseguito la patente. Con lui, nell’abitacolo di quella che sarebbe diventata un’arma letale, viaggiavano Marcelo Ignacio Vasquez, cileno di ventotto anni, e Alvero Suniga, cubano di trentadue: tutti e tre sono ora in carcere con l’accusa di omicidio con dolo eventuale, una contestazione pesantissima che regge proprio sull’idea che quei ragazzi, fuggendo a folle velocità, avessero accettato la possibilità di uccidere pur di non fermarsi.
Erano le 21.30 di domenica sera quando la vita di Giovanni Battista Ardovini, settant’anni, ex infermiere, di sua moglie Patrizia Capraro, sessantaquattro anni, e del figlio Alessio, quarantuno, si è infranta contro il muso di quella Yaris lanciata a centocinquanta chilometri orari. I genitori erano andati a prendere il figlio al centro commerciale Roma Est, dove lavorava in un fast food, e insieme stavano facendo ritorno a casa, in quella palazzina a Torre Angela che il padre di Patrizia aveva costruito con le sue mani negli anni Settanta. Un testimone oculare, la cui auto procedeva proprio dietro la loro Fiat Punto, ha raccontato agli investigatori di aver visto all’improvviso quei fari piombargli addosso: la Yaris sbandava, faceva zig zag continui invadendo la corsia opposta, e solo una sterzata improvvisa gli ha permesso di salvarsi. Per la famiglia Ardovini, invece, non c’è stato scampo. I genitori sono morti sul colpo, mentre Alessio, che proprio in quel periodo stava lentamente uscendo da un tumore, è spirato poche ore dopo al policlinico Umberto I.
Il grido del Municipio V: “Siamo vulnerabili, servono più agenti e mezzi”
Non è soltanto il dolore, a scavare un solco profondo nei quartieri tra la Collatina e il Quarticciolo, ma un senso di vulnerabilità che sembra ormai attecchito nel tessuto urbano. Mauro Caliste, presidente del Municipio V e da quattro anni alla guida di un territorio complesso, non usa mezzi termini quando parla di quanto accaduto: «Gli standard di sicurezza non sono garantiti», denuncia, raccogliendo un’inquietudine che monta mentre via Collatina si riempie di fiori e biglietti. La sua non è una polemica sterile, ma la constatazione amara di chi ogni giorno deve fare i conti con una microcriminalità diffusa che, in questo caso, ha assunto i contorni di una strage. Le forze dell’ordine, va detto, quella sera avevano iniziato l’inseguimento dopo una segnalazione arrivata attraverso l’app Youpol: qualcuno aveva notato movimenti sospetti riconducibili allo spaccio tra via Prenestina e via Ascoli Satriano. Gli agenti sono intervenuti, i tre sulla Yaris hanno accelerato, e per un quarto d’ora buono si sono rincorsi per le strade della periferia fino all’impatto all’altezza del civico 661.
Il conducente senza patente e l’auto blindata con jammer e arnesi da scasso
Sull’auto dei fuggitivi, oltre alla strumentazione per neutralizzare gli antifurti, gli agenti hanno trovato un jammer, un dispositivo che blocca le onde radio e rende inefficaci i sistemi di allarme, e una serie di cacciaviti e arnesi atti allo scasso. Un corredo che non lascia spazio a interpretazioni: i tre erano usciti con l’intenzione di rubare, e la macchina, una Yaris ibrida presa a noleggio, era il loro strumento di lavoro. Ora la Procura, con la pm Giulia Guccione, sta cercando di capire come sia stato possibile che quel veicolo finisse nelle mani di persone senza patente. Dalle prime verifiche al Pra, il Pubblico Registro Automobilistico, risulterebbe che la macchina fosse stata noleggiata inizialmente da una multinazionale straniera con sede a Roma, per poi essere girata a una società di autonoleggio più piccola; una procedura anomala, su cui gli inquirenti stanno vogliono vederci chiaro, perché è lì che si cela il punto debole di una catena che ha portato tre innocenti a morire ammazzati.
A poche ore dalla tragedia, mentre i parenti delle vittime chiedono giustizia e la nipote della coppia, Sabrina, ripete che «nessuno osi dare la colpa alla polizia», la macchina del giudice si è messa in moto. Romero, il conducente, è ricoverato al Policlinico Tor Vergata sotto scorta, così come Vasquez; Suniga, invece, è illeso e già in cella. Per loro, oltre all’omicidio con dolo eventuale, contestato per la prima volta in modo così netto in un caso di fuga e incidente, pesano le accuse di resistenza a pubblico ufficiale e possesso ingiustificato di grimaldelli. Ma la sensazione, in chi indaga, è che la verità processuale dovrà passare anche attraverso le carte del noleggio, perché se è vero che la foga di scappare è stata la causa immediata dello schianto, è altrettanto vero che senza quell’auto, data a chi non avrebbe mai dovuto guidarla, quella famiglia oggi sarebbe ancora viva.




