L’auto noleggiata due volte e guidata senza patente: il nodo giudiziario nell’inchiesta sulla famiglia Ardovini

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un passaggio, nella ridda di carte che gli inquirenti stanno mettendo in fila in queste ore, che appare tra i più opachi e su cui la procura di Roma ha deciso di vederci chiaro: la Toyota Yaris di ultima generazione, guidata da Julian Ramiro Romero domenica sera mentre procedeva a circa centocinquanta chilometri orari sulla via Collatina, era stata presa a noleggio da una società che, a sua volta, l’aveva ottenuta da un’altra azienda. È un giro di passaggi commerciali, questo, che porta con sé una domanda secca e inevitabile, ovvero come sia stato possibile che tre cittadini sudamericani – nessuno dei quali, è emerso, in possesso di un valido documento di guida – siano riusciti ad entrare in possesso di una vettura. La Kinto Italia, con sede alla Magliana, risulta essere la proprietaria del mezzo, ma lo aveva girato a una ditta più piccola che avrebbe poi materialmente affittato l’auto all’argentino di ventiquattro anni, il quale, va ricordato, aveva già precedenti per furto in appartamento e maltrattamenti in famiglia. La circostanza che Romero fosse irregolare sul territorio nazionale, così come gli altri due giovani che viaggiavano con lui – il cubano Alver Suniga, diciannovenne, e il cileno Ignacio Marcelo Ancacura Vasquez, di ventisette – non fa che aggiungere ulteriori interrogativi a una vicenda già drammaticamente complessa. Gli investigatori, coordinati dalla pm Giulia Guccione, hanno sequestrato i resti del veicolo e stanno ora cercando di ricostruire l’esatta catena contrattuale, nella speranza di capire chi abbia materialmente firmato il foglio di noleggio, sempre che un contratto formale esista davvero.

La procura, del resto, ha già impresso una svolta netta al procedimento, optando per un’imputazione che non lascia spazio a interpretazioni riduttive. Non si procede per omicidio stradale, ma per omicidio volontario con dolo eventuale, una fattispecie giuridica che implica la consapevolezza, da parte di chi era alla guida, di poter cagionare la morte di terzi con la propria condotta. E i fatti, purtroppo, sembrano dare ragione a questa lettura: la Yaris procedeva sì a velocità folle, ma ciò che più conta è che i tre, nel tentativo di seminare le volanti della polizia e dei carabinieri, avevano iniziato a zigzagare pericolosamente, invadendo la corsia opposta in più punti prima dello schianto definitivo. Nelle immagini della dashcam montata sull’auto degli agenti – che pure non riprendono l’impatto – si vede chiaramente la manovra folle, durata circa un quarto d’ora, mentre le dichiarazioni di un testimone oculare, un automobilista che seguiva la Fiat Panda della famiglia Ardovini, hanno fornito agli inquirenti la prova di quanto accaduto nei secondi precedenti il frontale: la Yaris che sopraggiungeva a tutta velocità e il tentativo disperato di Giovanni Battista Ardovini, alla guida dell’utilitaria, di evitare l’impatto, una manovra istintiva e inutile di fronte a una violenza meccanica inarrestabile.

Il senso di abbandono che sale dalla periferia e la risposta della politica locale

Non c’è soltanto il dolore privato di una famiglia distrutta, quello di Danilo, l’unico figlio sopravvissuto che ora deve fare i conti con una vita completamente diversa, ma c’è anche una rabbia collettiva che sta attraversando i quartieri tra la Collatina e il Quarticciolo, una sensazione di vulnerabilità che i fiori e i biglietti lasciati sul luogo dell’incidente non riescono a lenire. Ed è in questo clima che la voce del presidente del Municipio V, Mauro Caliste, si è levata per denunciare quella che lui definisce una carenza strutturale: «Gli standard di sicurezza non sono garantiti», ha dichiarato il minisindaco, che guida il territorio da quattro anni, riassumendo in poche parole un’inquietudine diffusa tra i residenti. La richiesta di maggiori agenti e più mezzi, del resto, non è una novità in una zona che spesso si sente ai margini dell’attenzione istituzionale, e la tragedia di domenica sera ha agito da catalizzatore di sentimenti che covavano da tempo. La consapevolezza che tre uomini senza patente abbiano potuto circolare indisturbati per giorni, o forse settimane, su un’auto noleggiata con meccanismi poco chiari, alimenta la percezione di un territorio esposto, quasi in balia di chi non ha nulla da perdere.

La dinamica dell’inseguimento e le responsabilità penali dei fuggitivi

Tutto era cominciato intorno alle ventuno e trenta di domenica, quando una segnalazione arrivata attraverso l’applicazione Youpol aveva messo in allerta le forze dell’ordine per un sospetto viavai di spacciatori al Quarticciolo. Gli agenti, giunti sul posto, avevano notato la Yaris e intimato l’alt, ma il conducente – quel Julian Romero a cui poi sarebbe stata amputata una gamba in ospedale a causa delle ferite riportate – aveva pigiato sull’acceleratore, dando il via a una fuga che si sarebbe conclusa nel peggiore dei modi. Percorrere circa dieci chilometri a velocità doppia rispetto al consentito, in una zona densamente abitata, significa accettare il rischio di uccidere, ed è proprio su questo punto che si basa l’impianto accusatorio della pm Guccione. Nel codice penale, il dolo eventuale si configura quando l’agente, pur non volendo direttamente l’evento lesivo, agisce accettando la possibilità che questo si verifichi, e la condotta tenuta dai tre sudamericani – che tra l’altro avevano con sé un jammer per disturbare i segnali d’allarme e arnesi da scasso – pare incarnare perfettamente questo principio. Non solo resistenza a pubblico ufficiale, dunque, ma la chiara intenzione di proseguire nella fuga a qualsiasi costo, compreso quello di invadere la corsia opposta e spazzare via, come un proiettile vagante, una famiglia che tornava a casa dopo aver accompagnato il figlio al lavoro, quel Alessio di quarantun anni che proprio pochi mesi fa aveva sconfitto un tumore e che ora, suo malgrado, ha perso la partita più importante contro un destino avverso e crudele.

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