Caso Almasri, la Camera blocca il processo per Nordio, Piantedosi e Mantovano
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Redazione Interno
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L'Aula della Camera ha posto, con tre distinte votazioni a scrutinio segreto, un argine giudiziario alla vicenda che ha per protagonista il generale libico Osama Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale e poi rimpatriato in Libia dopo il suo arresto in Italia. I deputati hanno infatti respinto la richiesta di autorizzazione a procedere, necessaria per portare in giudizio i membri del governo, nei confronti del ministro della Giustizia Carlo Nordio, di quello delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Piantedosi e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, i quali erano indagati, con accuse che spaziano dal favoreggiamento all'abuso d'ufficio, per il loro operato in quel frangente delicato. Una decisione che, se da un lato archivia l'ipotesi di un processo per i tre esponenti dell'esecutivo, dall'altro solleva interrogativi politici di non poco conto, soprattutto in merito alla compattezza dei gruppi di opposizione.
I numeri del voto e l'ombra dei franchi tiratori
Le cifre dello scrutinio, che hanno decretato il "salvataggio" dei tre indagati, rivelano un consenso che va ben oltre i confini della maggioranza. Per Nordio si sono espressi in 251 favorevoli a bloccare l'iter, contro 117 contrari; una forbice ancora più ampia per Piantedosi, che ha visto 256 sì e 106 no; mentre per Mantovano i voti a suo sostegno sono stati 252, con 112 opposizioni. Questi risultati, significativamente superiori alla forza numerica del governo in Parlamento, lasciano trasparire il contributo determinante di segmenti dell'opposizione, in particolare di esponenti legati a Matteo Renzi e Carlo Calenda, i quali, nonostante le posizioni ufficiali dei loro gruppi, hanno evidentemente concesso il proprio appoggio, alimentando le polemiche sui cosiddetti "franchi tiratori".
La posizione di Azione e la natura politica della questione
In un contesto così polarizzato, la posizione del partito Azione, espresso da Antonio D’Alessio, si distingue per una lettura che cerca di scindere il piano politico da quello giudiziario. D’Alessio, pur avendo "sempre stigmatizzato e condannato senza appello sul piano politico l’operato del governo", ha rimarcato come la dinamica del caso Almasri non rientri, a suo avviso, nell'ambito della giustizia penale. "Abbiamo anche sempre ritenuto", ha affermato il parlamentare, "che gli interessi dell’Italia su questa vicenda fossero troppo rilevanti per trasformarli in una speculazione politica". Una linea di pensiero, la sua, che equipara questa faccenda a quella della commissione d'inchiesta sul Covid, nella convinzione che sia errato "portare sul piano giudiziario una questione squisitamente politica".
Le reazioni e la prospettiva di un ricorso
Dal versante del Partito Democratico, che si è schierato in Aula in maniera compatta a favore dell'autorizzazione a procedere, le reazioni non si sono fatte attendere. Federico Gianassi, deputato dem e relatore di minoranza, ha commentato il voto sottolineando come, al di là dell'esito, il ministro Nordio abbia "perso autorevolezza" in seguito all'intera vicenda. Mentre il procedimento parlamentare si conclude così, un'altra battaglia legale potrebbe aprirsi dinanzi alla Corte Costituzionale: l'avvocato rappresentante una delle vittime del generale libico, infatti, ha già annunciato l'intenzione di presentare un ricorso alla Consulta, cercando un'ultima strada per riaprire un caso che, sul piano giudiziario, sembra ormai chiuso.




