Il compenso di un ad in 490 anni di lavoro normale, il rapporto Oxfam traccia il solco delle due velocità

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La distanza tra i vertici e la base non è mai stata metaforica, in questo frangente, ma aritmetica. A certificarlo, con la consuetudine analitica che ne caratterizza i dossier, è il rapporto “Working for the rich”, pubblicato da Oxfam in collaborazione con la International Trade Union Confederation in occasione della Festa dei lavoratori. L’indagine, che ha passato al setaccio i bilanci di 1.500 grandi aziende globali, restituisce un paesaggio economico segnato da una deriva precisa: i compensi dei capi aziendali, cioè degli amministratori delegati, hanno preso il volo a una velocità venti volte superiore a quella dei salari ordinari. Nel 2025, stando ai dati raccolti, un ad ha incassato in media 8,4 milioni di dollari l’anno; cifra che un dipendente tipo, guadagnando la paga mediana, metterebbe insieme soltanto dopo 490 anni di lavoro ininterrotto.

I numeri dei vertici e lo strapiombo con il lavoro povero

Nella graduatoria dei compensi spiccano, come spesso accade, le vette astratte. Almeno quattro amministratori delegati hanno superato l’anno scorso la soglia dei 100 milioni di dollari di emolumenti individuali, con il primato assoluto che appartiene al numero uno di Broadcom – oltre 205 milioni di dollari – un livello, quest’ultimo, che nemmeno un ventennio di retribuzioni operaie riuscirebbe a eguagliare. Ma il dato strutturale, più del picco, è la tendenza: negli stessi dodici mesi, per il lavoratore medio “normale” (definizione adottata nello studio), l’incremento salariale è stato pari allo 0,5%. Una forbice che, raccontata in termini grezzi, significa che quasi mille miliardari hanno complessivamente incassato 79 miliardi di dollari in dividendi, mentre alla base si consolidano le fasce della bassa retribuzione. Tra il 1990 e il 2018, la quota di occupati del settore privato con una paga oraria inferiore a 9 euro è schizzata dal 39,2% al 46,4%; e non si tratta di un passaggio temporaneo, visto che nel decennio 2009-2018 ben il 42% dei lavoratori ha ricevuto una bassa retribuzione per almeno 7 anni su 10, contro il 36,1% del decennio 1990.

Italia, il recupero mancato e i 108 giorni “gratis”

Il quadro europeo e nazionale, se possibile, indurisce ulteriormente il giudizio implicito nei numeri. In Italia, a fine 2025, i salari reali risultavano ancora inferiori del 7,8% rispetto ai livelli del 2021, un dato che fotografa un recupero mai avvenuto nonostante il ciclo inflazionistico abbia cominciato ad attenuarsi. Tra il 2020 e il 2025, calcola un’elaborazione sindacale richiamata dal rapporto, un lavoratore dipendente ha lavorato “gratis” per 108 giorni: è il tempo necessario, con gli stipendi attuali, per pareggiare il potere d’acquisto perduto. Il lavoro povero, in parallelo, non accenna a ridimensionarsi; la quota di occupati a bassa retribuzione nel privato è passata dal 26,7% del 1990 al 31,1% del 2018, e l’intreccio tra precarietà e ristagno contrattuale produce una mobilità verso l’alto assai ridotta.

Il soffitto di cristallo in numeri: il 6% dei ceo è donna

Dove la disuguaglianza assume anche un tratto identitario, oltre che patrimoniale, è nella composizione dei vertici. Tra le 1.500 società analizzate, soltanto il 6% degli amministratori delegati è donna; una quota, questa, che di per sé restituisce l’idea di un accesso differenziato ai ruoli di potere economico. A corredo, il divario retributivo di genere medio si attesta sul 16%: una differenza che, sommata alla sottorappresentazione nei board, disegna un doppio svantaggio strutturale. Non esistono, nei dati Oxfam, correlazioni causali dichiarate, ma la cruda sovrapposizione delle cifre suggerisce un sistema di governo d’impresa ove la redistribuzione del valore aggiunto premia i piani alti (maschili) e comprime le fasce basse, con conseguenze particolarmente severe per le lavoratrici.

Aziende a due velocità tra dividendi e lavoro povero

L’architettura del rapporto non indulge in prognosi, limitandosi a registrare l’esistenza di un capitalismo manageriale che tratta i compensi dei vertici come variabili indipendenti dai cicli di produttività generale. Mentre gli ad delle grandi società globali hanno consolidato un incremento dell’11% nei loro stipendi, il dipendente medio ha dovuto accontentarsi di uno 0,5%; una progressione, quella dei condottieri d’azienda, che li porta spesso a intascare cifre triple (centinaia di milioni di dollari) mentre le crisi del lavoro povero restano senza soluzione negoziale. In questo solco, i dividendi incassati da quasi mille miliardari (79 miliardi di dollari) diventano l’altra faccia della medaglia: la stessa economia che genera ricchezze concentrate non produce, per i più, una via d’uscita dal salario d’ingresso. I dati italiani, con quel -7,8% di scarto rispetto al 2021, e l’aumento della quota di occupati a bassa retribuzione fino al 31,1% (46,4% se si considera la soglia dei 9 euro lordi orari), raccontano una nazione dove il divario si fa cronico, senza che i meccanismi di contrattazione collettiva mostrino, al momento, capacità di inversione di tendenza.

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