Il salto dei supercompensi dei ceo mentre gli stipendi reali arretrano persino in Italia
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Redazione Economia
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L’anno scorso, almeno quattro amministratori delegati di grandi società quotate – figure che spesso siedono ai vertici di imperi economici transnazionali – hanno incassato personalmente emolumenti complessivi che hanno superato la soglia dei cento milioni di dollari ciascuno. Una cifra, quest’ultima, che appare tanto più impressionante se rapportata alla stagnazione (quando non alla vera e propria erosione) delle retribuzioni dei lavoratori comuni, le cui buste paga arrancano ormai da anni. A guidare questa poco invidiabile classifica dei super compensi è l’amministratore delegato di Broadcom, il quale da solo ha portato a casa oltre 205 milioni di dollari; un dato, questo, che emerge dal rapporto “Working for the rich” pubblicato da Oxfam insieme all’International Trade Union Confederation, diffuso in occasione della Festa dei lavoratori e basato su un campione di 1.500 grandi imprese globali.
Divario retributivo e assenza di rappresentanza femminile
Scavando nei numeri forniti dall’organizzazione, se ne ricava un quadro strutturale di disuguaglianza che non risparmia neppure il genere: tra le società analizzate, solamente il 6% degli amministratori delegati è donna, un dato che di per sé segnala una vistosa asimmetria nei ruoli di potere. A ciò si aggiunge un divario retributivo medio di genere pari al 16%, che penalizza le poche ceo presenti rispetto ai loro colleghi uomini. I compensi dei vertici, nel loro complesso, sono cresciuti venti volte più velocemente dei salari della manovalanza qualificata e non; nel 2025 un amministratore delegato ha guadagnato in media 8,4 milioni di dollari, una somma che un lavoratore ordinario – stando ai calcoli degli estensori del rapporto – impiegherebbe circa 490 anni per accumulare. Quasi mille miliardari, nel frattempo, hanno intascato 79 miliardi di dollari sotto forma di dividendi, alimentando ulteriormente la concentrazione della ricchezza.
Il paradosso italiano: salari indietro di quasi otto punti
Se il quadro internazionale appare già fortemente squilibrato, la fotografia scattata per l’Italia restituisce un’ombra ancora più cupa. A fine 2025 i salari reali nel nostro paese risultavano inferiori del 7,8% rispetto ai livelli toccati nel 2021: un arretramento che non trova riscontro nelle principali economie europee e che racconta di un mercato del lavoro incapace di distribuire i frutti – pur esigui – della ripresa post-pandemica. Tra il 2020 e il 2025, un lavoratore medio ha di fatto prestato servizio “gratis” per centootto giorni, se si considera la differenza tra l’andamento dell’inflazione e quello delle retribuzioni nominali. Le aziende, viceversa, hanno continuato a premiare i loro vertici con aumenti a due cifre: una crescita dell’11% per gli stipendi degli amministratori delegati, contro un misero +0,5% per il lavoratore dipendente tipo.
Lavoro povero e persistenza delle basse paghe
Il fenomeno del lavoro povero, lungi dall’essere una parentesi transitoria, si è consolidato nel tempo. Tra il 1990 e il 2018, la quota di occupati a bassa retribuzione nel settore privato è passata dal 26,7% al 31,1%; nello stesso arco temporale, la percentuale di dipendenti privati con una paga oraria inferiore a 9 euro è salita dal 39,2% al 46,4%. Non si tratta, avvertono gli analisti, di una fase di avvicinamento a paghe migliori: dal 2009 al 2018, la quota di chi ha percepito una bassa retribuzione per almeno sette anni su dieci ha raggiunto il 42%, contro il 36,1% del decennio 1990-1999 e il 39% registrato tra il 2000 e il 2009. Un dato che restituisce l’idea di una trappola salariale sempre più difficilmente reversibile, mentre i grandi capi d’azienda continuano a viaggiare su un altro pianeta retributivo.




