Il petrolio oltre i cento dollari, Trump: “Un piccolo prezzo da pagare per la sicurezza”
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Redazione Economia
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L’escalation militare in Medio Oriente, e in particolare il conflitto che vede contrapposti Stati Uniti e Iran con i suoi sviluppi più recenti, ha prodotto un effetto immediato e violento sui mercati energetici globali, con il prezzo del greggio che ha superato la soglia psicologica dei cento dollari al barile, un livello che non si registrava con questa intensità dal 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina sconvolse gli equilibri delle forniture. Il blocco sostanziale dello Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per una percentuale significativa del petrolio mondiale, e gli attacchi che hanno preso di mira infrastrutture energetiche e impianti nella regione del Golfo, hanno innescato una corsa agli acquisti e una volatilità che gli analisti faticano a ricondurre a previsioni certe. In questo quadro di tensione, la risposta della Casa Bianca è arrivata direttamente dai canali social del presidente Donald Trump, il quale ha voluto chiarire la posizione dell’amministrazione riguardo al rincaro delle materie prime, rincaro che inevitabilmente si riverbera sulle economie di tutto l’Occidente e non solo.
Trump, attraverso un messaggio pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social, ha infatti definito l’attuale impennata dei prezzi del petrolio, quella che i consumatori vedono riflessa nei costi di benzina e gasolio e gli investitori nei listini di Borsa, come un sacrificio necessario e temporaneo. L’aumento del costo del greggio, che ha visto il benchmark statunitense West Texas Intermediate e il Brent europeo balzare rispettivamente del venticinque e del ventidue per cento in poche sedute, toccando punte superiori ai 114 dollari, è stato inquadrato dal presidente americano come un effetto collaterale di breve durata. La sua argomentazione, riportata dalle principali agenzie di stampa e rilanciata dai media internazionali, si fonda sulla convinzione che l’attuale crisi energetica si risolverà rapidamente una volta che l’obiettivo militare primario, ovvero la neutralizzazione della minaccia nucleare iraniana, sarà stato completamente conseguito.
“I prezzi del petrolio a breve termine”, ha scritto testualmente il presidente, “che scenderanno rapidamente quando la distruzione della minaccia nucleare iraniana sarà terminata, rappresentano un prezzo molto basso da pagare per la sicurezza e la pace degli Stati Uniti e del mondo”. Una dichiarazione, questa, che non lascia spazio a interpretazioni ambigue e che fissa una gerarchia precisa nelle priorità dell’esecutivo: la stabilità geopolitica e l’eliminazione di un pericolo percepito come esistenziale per l’alleato israeliano e per gli interessi occidentali nella regione vengono prima delle fluttuazioni dei listini e dell’impatto sul potere d’acquisto delle famiglie, un impatto che peraltro si sta già manifestando con il caro-benzina. Il riferimento alla fine della minaccia nucleare, condizione necessaria per la discesa dei prezzi, lascia intendere che l’amministrazione non abbia alcuna intenzione di fare marcia indietro o di cercare soluzioni diplomatiche di breve periodo, accettando anzi l’onda d’urto economica come una variabile inevitabile dell’equazione bellica.
Il razzo del greggio e la risposta dei mercati globali
La reazione dei mercati azionari asiatici, i primi ad aprire dopo le dichiarazioni di Trump e gli attacchi nel fine settimana, non si è fatta attendere e ha dipinto un quadro di profonda preoccupazione. L’indice Nikkei della Borsa di Tokyo ha chiuso le contrattazioni con un crollo superiore al cinque per cento, mentre il Kospi di Seul ha visto bruciare oltre il sei per cento del proprio valore, con le autorità sudcoreane costrette a sospendere temporaneamente gli scambi per arginare il panico. Anche le borse cinesi, tradizionalmente più isolate dai flussi speculativi internazionali, hanno registrato cali significativi, con Hong Kong in flessione di quasi due punti percentuali. Il sentiment degli investitori, già provato dalle tensioni commerciali e dalle incertezze sulla crescita globale, ha subito una battuta d’arresto violenta di fronte allo spettro di un conflitto prolungato che potrebbe tagliare i flussi di greggio da uno dei crocevia più importanti del pianeta, quello Stretto di Hormuz dove la Marina americana e le forze iraniane si fronteggiano a vista d’occhio.
A preoccupare i trader, oltre al blocco navale e agli attacchi diretti agli impianti, è l’effetto domino che l’interruzione delle esportazioni sta già provocando tra i produttori del Golfo. L’Iraq, secondo produttore dell’OPEC, avrebbe già subito un crollo della produzione nei giacimenti meridionali nell’ordine del settanta per cento a causa dell’impossibilità di smaltire le scorte e della saturazione degli stoccaggi interni, un dato, questo riportato da fonti specializzate, che testimonia la gravità della situazione logistica. Il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti, altri pilastri dell’offerta mondiale, si trovano di fronte al medesimo dilemma e hanno iniziato a ridurre l’output, contribuendo a loro volta a restringere ulteriormente la disponibilità di barili sul mercato e ad alimentare la spirale rialzista che ha portato i future sul greggio a guadagnare oltre il quindici per cento in una sola notte.
Il dibattito sulle riserve strategiche e le ripercussioni sui consumi
Di fronte a questa tempesta perfetta, che combina un conflitto armato ad alta intensità con una crisi energetica dai contorni ancora indefiniti, i governi dei paesi industrializzati hanno iniziato a muoversi per tentare di contenere i danni. Il G7, secondo quanto anticipato dal Financial Times e confermato da diverse fonti diplomatiche, starebbe valutando un rilascio coordinato delle riserve strategiche di petrolio, una mossa estrema che in passato è stata adottata solo in circostanze eccezionali, come durante la prima Guerra del Golfo o dopo l’uragano Katrina. L’idea è quella di immettere sul mercato milioni di barili provenienti dalle scorte pubbliche per raffreddare le quotazioni e guadagnare tempo, nella speranza che la situazione militare si stabilizzi o che la promessa di Trump di una rapida eliminazione della minaccia iraniana si riveli fondata. Si parla di una quantità intorno ai tre o quattrocento milioni di barili, una cifra significativa ma forse non sufficiente se il blocco di Hormuz dovesse protrarsi per settimane.
Nel frattempo, l’impatto della crisi si sta trasferendo con velocità inesorabile dal mercato all’ingrosso a quello al dettaglio, toccando direttamente i cittadini. Negli Stati Uniti, il prezzo medio della benzina ha già subito un’impennata del sedici per cento nell’arco di una settimana, attestandosi su una media nazionale di 3,45 dollari al gallone, un livello che comincia a farsi sentire pesantemente sui bilanci familiari americani, tradizionalmente dipendenti dall’auto privata. Anche in Italia, i primi effetti sono già visibili alle pompe di benzina: il gasolio in modalità self service, secondo le rilevazioni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ha sfondato la barriera dei due euro al litro, con punte ancora più elevate in alcune regioni e sulle tratte autostradali, mentre la benzina si avvicina pericolosamente a quel tetto, alimentando le proteste delle associazioni dei consumatori che chiedono al governo interventi immediati per tagliare le accise e frenare quella che definiscono una vera e propria stangata.




