Putin paragona la guerra in Iran al Covid: Mosca incassa l’oro del petrolio mentre l’Europa si divide
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Redazione Esteri
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A Mosca, tra le pareti di un incontro con imprenditori locali, Vladimir Putin ha voluto azzardare un parallelo che suona quasi come una profezia funesta. Pur dichiarando di non voler formulare previsioni sull’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, il presidente russo ha paragonato le conseguenze economiche della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran all’impatto devastante della pandemia da Covid-19, ricordando come quell’emergenza sanitaria avesse allora “rallentato drasticamente lo sviluppo di tutte le regioni e di tutti i continenti, nessuno escluso”. Una dichiarazione che, nelle intenzioni del Cremlino, sembra voler fotografare un presente di caos globale, ma che finisce per celare una realtà molto più concreta: mentre il mondo trema per il blocco dello Stretto di Hormuz, la macchina economica russa gira a pieno regime.
Il blocco navale imposto dalle milizie iraniane, che ha di fatto chiuso il passaggio vitale da cui prima transitava oltre un quinto del petrolio scambiato ogni giorno, ha trasformato il barile russo in una risorsa strategica di valore inestimabile. Se il Brent schizza alle stelle – toccando picchi intorno ai 105-120 dollari al barile – il greggio degli Urali, spesso scontato in passato per aggirare le sanzioni, ora viene venduto a condizioni ben più favorevoli. Per Mosca, questa è la quadratura del cerchio: la guerra in Iran sta facendo impennare i prezzi globali, mentre gli Stati Uniti di Donald Trump, nel tentativo disperato di calmierare i mercati e arginare un’inflazione galoppante, hanno concesso deroghe temporanee che allentano il cerchio delle restrizioni proprio sul petrolio russo.
Il risultato di questa congiuntura, come rivelano i dati diffusi dalla Kyiv School of Economics, è un autentico tsunami di liquidità per le casse del Cremlino. Le entrate giornaliere derivanti dall’export di idrocarburi hanno toccato i 760 milioni di dollari, con una proiezione che indica un raddoppio degli introiti mensili, passati da 12 a circa 24 miliardi di dollari. Lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha sottolineato in queste ore come l’Unione Europea, continuando a rifiutare il petrolio russo in nome delle sanzioni, stia di fatto “agendo contro i propri interessi”, costringendo le proprie industrie a pagare il prezzo più alto mentre gli americani mostrano una maggiore flessibilità operativa.
Il vincolo del petrolio e la spaccatura europea
L’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime, spiega Peskov, sta mettendo a nudo le contraddizioni del fronte occidentale. Mentre Washington concede deroghe per evitare il collasso del mercato energetico globale, Bruxelles si ritrova intrappolata in una morsa che rischia di diventare letale per la sua economia. Le tensioni interne sono palpabili: l’Ungheria ha posto il veto a un pacchetto di aiuti da 900 miliardi di euro per Kiev, chiedendo in cambio il ripristino del flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto “Druzhba”. È un segnale inequivocabile di come l’unità europea stia mostrando crepe profonde, con i singoli Stati nazionali che iniziano a guardare ai propri bilanci domestici più che alla solidarietà atlantica.
Per Mosca, questa è una leva negoziale di enorme peso. Putin ha già incaricato il governo di valutare una sospensione totale delle forniture energetiche verso l’Europa, un “asso nella manica” che tiene sotto scacco i Paesi membri, divisi tra la necessità di sostenere l’Ucraina e l’urgenza di evitare un inverno di rivolte sociali causato dal caro energia. La diplomazia russa, in questo contesto, gioca abilmente la carta del mediatore: in più occasioni Putin ha offerto la propria disponibilità a facilitare un dialogo tra le parti in Medio Oriente, presentandosi come un attore razionale in un mondo impazzito, nonostante continui a mantenere alta la pressione militare sul fronte ucraino.
La fine delle sanzioni? Il barile russo vince la guerra
Se l’obiettivo dichiarato delle sanzioni occidentali era ridurre la capacità di Mosca di finanziare la guerra, l’esito attuale sembra capovolgere completamente il ragionamento. L’aumento del prezzo delle materie prime, combinato con la temporanea sospensione delle restrizioni da parte degli Stati Uniti, sta producendo l’effetto opposto. Secondo le stime del Kyiv School of Economics Institute, se il conflitto dovesse protrarsi per un altro semestre, le entrate annuali della Russia dalle esportazioni di gas e petrolio potrebbero schizzare fino a 386,5 miliardi di dollari, quasi il 188% in più rispetto alle proiezioni di un mercato stabile. Numeri che raccontano di una potenza che, paradossalmente, sta finanziando lo sforzo bellico in Ucraina anche grazie agli effetti collaterali della guerra in Iran.
Lo stesso Putin, in un incontro con i vertici del settore energetico, ha invitato le compagnie a non lasciarsi travolgere dall’euforia, chiedendo loro di utilizzare i proventi straordinari per ridurre il debito con le banche locali piuttosto che sperperarli in dividendi o spese pubbliche. Un messaggio di “prudenza conservatrice” che mira a blindare il sistema finanziario interno contro eventuali future flessioni dei prezzi. È una gestione oculata quella che emerge dal Cremlino, consapevole che in un mercato così volatile la vera vittoria consiste nel trasformare l’instabilità geopolitica in un vantaggio strutturale di lungo periodo.
Dalla polvere all’Olimpo. Il barile russo, che fino a pochi mesi fa veniva scambiato a prezzi di saldo per via delle sanzioni occidentali, è oggi il vero protagonista del mercato globale. Con il blocco di Hormuz che ha tolto dal mercato una fetta ingente di petrolio mediorientale, il greggio di Putin è diventato un bene rifugio, richiesto da potenze emergenti come l’India che, secondo gli analisti, sta importando volumi record di oro nero moscovita. La scacchiera geopolitica si è capovolta: quello che doveva essere un accerchiamento diplomatico si sta trasformando in una rendita di posizione che rafforza il Cremlino sia in termini di flusso di cassa, sia in termini di peso specifico nelle trattative internazionali.




