Il Kuwait chiude i rubinetti, taglio alla produzione di petrolio per le "aggressioni" iraniane
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Redazione Economia
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La Kuwait Petroleum ration, compagnia nazionale dell'emirato, ha comunicato una riduzione precauzionale della produzione di greggio e della capacità di raffinazione. Una mossa, questa, motivata ufficialmente dalle continue aggressioni subite da parte della Repubblica Islamica dell'Iran e dalle minacce iraniane alla sicurezza del transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Il provvedimento, che non specifica l'entità del taglio, è stato interpretato dagli analisti come una conseguenza diretta del blocco de facto della via d'acqua, dove il transito è ormai azzerato e gli spazi di stoccaggio a terra sono prossimi all'esaurimento. D'altronde, come confermato dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, lo Stretto, nonostante le rassicurazioni di facciata, rimane sostanzialmente chiuso al traffico commerciale, con appena due o tre navi transitate nelle ultime ore.
Lo spettro di Hormuz e la reazione a catena tra i produttori del Golfo
Il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, ha tentato di rassicurare i mercati dichiarando che lo Stretto di Hormuz è aperto e che Teheran colpirebbe solo navi americane e israeliane, considerate responsabili degli attacchi al Paese. Eppure, la realtà sul campo appare diametralmente opposta: gli armatori, temendo di finire sotto il fuoco incrociato e dovendo far fronte a premi assicurativi lievitati fino al 3% del valore delle imbarcazioni (contro lo 0,25% precedente), preferiscono tenere le loro flotte ferme o reindirizzarle su rotte alternative, più lunghe e costose. Questa paralisi ha innescato un effetto domino tra i paesi del Golfo. L'Arabia Saudita, infatti, ha iniziato a rallentare le estrazioni per non saturare i propri depositi, seguendo la scia di Iraq e Qatar, che ha già fermato le forniture di Gnl, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno parimenti annunciato riduzioni precauzionali.
Il prezzo del barile vola e l’ombra dei 150 dollari si allunga sui mercati
La conseguenza immediata di questa crisi è l'impennata del prezzo del greggio, che ha già superato la soglia psicologica dei 90 dollari al barile, con un aumento del 29% dall'inizio delle ostilità. Il ministro dell'Energia qatarino, Saad al-Kaabi, ha lanciato un allarme inequivocabile: se i produttori del Golfo dovessero cessare le esportazioni nelle prossime settimane, il prezzo del petrolio potrebbe schizzare verso i 150 dollari al barile. Una previsione che trova riscontro nelle stime di chi, come la Cgia di Mestre, calcola già un impatto di quasi 10 miliardi di euro in più per le imprese italiane, senza considerare le ripercussioni su trasporti e agroalimentare. Il mercato del gas naturale, con il Ttf di Amsterdam in rialzo del 67%, segue la medesima traiettoria, complice il fermo degli impianti di liquefazione qatarini.
Dai fertilizzanti all’industria, uno shock che tracima dal settore energetico
Le ripercussioni della chiusura sostanziale di Hormuz non si limitano al solo comparto energetico. Il prezzo dei fertilizzanti, di cui l'area del Golfo produce il 45% dell'urea mondiale, è già schizzato del 30%, toccando i 600 dollari a tonnellata. Un aumento che rischia di gravare sull'agricoltura globale, colpendo in particolare paesi fortemente dipendenti dalle importazioni come Brasile e India. Le materie prime a base di azoto, come il nitrato di ammonio, vedono i loro listini lievitare, e il timore è che, nei prossimi mesi, questo possa tradursi in un utilizzo minore di concimi e, di conseguenza, in raccolti più scarsi. Una crisi, quella innescata dalle tensioni nel Golfo Persico, che sta mostrando tutta la fragilità di un sistema commerciale interconnesso, dove il blocco di una singola via d'acqua può innescare onde d'urto in grado di attraversare l'intera economia globale.




