Israele e Iran, perché i mercati reggono nonostante l’escalation

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’attacco israeliano contro l’Iran ha innescato una nuova fase del conflitto in Medio Oriente, ma i mercati finanziari, pur sotto pressione, non hanno subito il tracollo che molti temevano. Il principale canale di contagio rimane il prezzo del petrolio, salito sensibilmente dopo le ultime azioni militari, insieme a un’impennata della volatilità. Se finora gli impianti petroliferi iraniani sono stati risparmiati, un’ulteriore escalation – soprattutto con un possibile intervento diretto degli Stati Uniti, ora guidati da Donald Trump – potrebbe alterare gli equilibri energetici globali in modo drammatico.

A preoccupare, in particolare, è la minaccia iraniana di chiudere lo stretto di Hormuz, un passaggio strategico da cui transita circa il 30% del petrolio mondiale. Una mossa del genere, se attuata, avrebbe conseguenze immediate: i Paesi esportatori, a cominciare dagli stessi Stati arabi alleati di Washington, vedrebbero bloccate le rotte commerciali, mentre l’economia globale subirebbe danni per miliardi di dollari. Già oggi, le tensioni hanno fatto schizzare del 60% i costi assicurativi per le navi che attraversano la zona.

L’Iran, del resto, considera Hormuz la sua arma di ritorsione non militare più potente. Secondo indiscrezioni riportate dal New York Times, il regime degli Ayatollah avrebbe calcolato che un blocco del traffico comporterebbe perdite stimate in dieci miliardi di dollari al giorno, colpendo soprattutto quei Paesi che dipendono dal 25% delle forniture globali di greggio. Un’ipotesi estrema, che però dimostra come Teheran sia disposta a innalzare la posta in gioco, trasformando un conflitto regionale in una crisi sistemica.

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