Italia-Bosnia, l’ultimo ostacolo per riscrivere la storia dopo le ferite di Svezia e Macedonia
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Redazione Sport
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Sono bastati dodici anni, lunghissimi, per trasformare l’abitudine alla gloria in un’assenza che per il calcio italiano ha il sapore amaro di una colpa collettiva. La nazionale, quella che una volta dominava il mondo, si trova ora a giocarsi il pass per il Mondiale 2026 in un teatro di provincia, a Zenica, contro una Bosnia-Erzegovina che di quel palcoscenico vuole fare un fortino. Novanta minuti, forse centoventi e magari i calci di rigore, separano gli Azzurri dal ritorno nella rassegna iridata dopo l’ultima, lontana, apparizione del 2014: un’assenza che pesa come un macigno, alimentata dai fantasmi di due notti da dimenticare, quella di Solna contro la Svezia e quella sciagurata di Palermo contro la Macedonia del Nord. Gennaro Gattuso, chiamato a guidare questa traversata nel deserto, parla di “Everest” per descrivere l’impresa, non tanto per la difficoltà tecnica dell’avversario, quanto per il peso specifico di una responsabilità che in Italia si traduce sempre in macigno. Stavolta, e la lezione impartita da Gattuso in campo sembra essere arrivata chiara in panchina, sarà bene non caricarsi l’intero Paese sulle spalle, un errore già commesso in passato che rischierebbe di trasformare la tensione in paralisi.
C’è un aspetto, nella scelta dello stadio di Zenica, che racconta molto più del semplice fattore campo. Il Bilino Polje non è certo uno degli impianti luccicanti di cui l’Europa si è riempita negli ultimi anni: è una struttura che porta i segni del tempo, con gradoni d’antan e spazi ristretti, dove la capienza è stata per giunta ridotta per via di sanzioni disciplinari inflitte dalla Fifa dopo i fatti dell’ultima partita interna con la Romania. Eppure, è proprio in questa ristrettezza di spazi, in questo contatto quasi claustrofobico tra tribuna e terreno di gioco, che la Bosnia trova la sua forza. Mettere il confronto su un piano meramente tecnico sarebbe fuorviante: qui in ballo c’è anche una rappresentanza identitaria fortissima, una popolazione che in quella nazionale vede riflessa una fotografia che somiglia alle loro facce. Per loro, l’Italia è stata la prima grande avversaria incontrata dopo la guerra, nel lontano novembre del 1996, quando gli Azzurri arrivarono a Sarajevo per mandare un segnale di pace e la Bosnia rispose con la sua prima vittoria storica, un 2-1 che costò la panchina ad Arrigo Sacchi. Oggi, quasi trent’anni dopo, il senso di rivalsa è intatto, e il gelo che ha imbiancato Zenica nei giorni scorsi rischia di diventare un ulteriore alleato per una squadra che, guidata dall’esperienza di Edin Dzeko, vuole cancellare le delusioni dei playoff passati.
Se la vigilia è spesso il regno delle suggestioni, quella di Bosnia-Italia ha già regalato un episodio capace di innervosire ulteriormente un ambiente già teso. La gioia malcelata di alcuni azzurri, Federico Dimarco su tutti, nel vedere la Bosnia eliminare il Galles ai rigori nell’altra semifinale è stata ripresa dalle telecamere, scatenando le reazioni di chi quella partita l’ha giocata in passato. Miralem Pjanic, con una carriera importante in Serie A alle spalle, ha subito avvertito gli avversari: “La Bosnia li aspetta a braccia aperte”. Persino Dino Zoff, campione del mondo storico, ha dovuto sottolineare come quella reazione, forse istintiva ma certamente poco prudente, rischi di trasformarsi in un motivo ulteriore per caricare a mille l’ambiente di Zenica. Dimarco, nel tentativo di spegnere la polemica, ha dovuto giustificarsi parlando di mancata mancanza di rispetto, ricordando che una squadra che ha saltato due Mondiali non può permettersi atteggiamenti da presunta superbia. A complicare il quadro psicologico degli Azzurri ci si mette anche la designazione arbitrale: a dirigere la sfida sarà Clement Turpin, il fischietto francese che già diresse la disfatta contro la Macedonia del Nord nel 2022, un dettaglio che i media italiani hanno subito catalogato come un presagio funesto da non sottovalutare.




