Gli Houthi entrano nel conflitto e il nodo di Bab el-Mandeb torna a serrare la morsa sull’economia di guerra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La quinta settimana di guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran si è aperta con l’escalation annunciata e temuta: gli Houthi, il movimento armato yemenita sostenuto da Teheran, hanno rivendicato il primo attacco missilistico diretto contro Israele, un’operazione che, sebbene intercettata dalla difesa aerea israeliana, cambia la natura stessa del conflitto. Fino a ieri, il gruppo sembrava osservare una cautela tattica, ma l’allargamento delle ostilità – con i raid che hanno colpito infrastrutture strategiche iraniane e le conseguenti rappresaglie di Teherán su obiettivi nel Golfo – ha spinto i ribelli a varcare quella linea d’ombra che tenevano presidiata da mesi. L’ingresso degli Houthi, che già dal 2023 avevano trasformato il Mar Rosso in un campo di battaglia per la navigazione commerciale, ripropone ora lo spettro della doppia chiusura degli stretti, quello di Hormuz già di fatto paralizzato e quello di Bab el-Mandeb, il cui destino è appeso a un filo che passa per Sana’a.

La porta delle lacrime torna a essere un fronte caldo

L’attenzione si concentra nuovamente su quel braccio di mare di appena 26 chilometri che separa Yemen e Gibuti, un crocevia naturale dove si incontrano Asia e Africa e da cui dipende il flusso di merci diretto al Canale di Suez. Il passaggio – noto in arabo come Bab el-Mandeb, la “Porta delle lacrime” per la pericolosità delle sue acque e la leggenda che vuole sepolti sul fondale i corpi di un’antica spedizione – è una delle arterie nevralgiche del commercio globale. La sua importanza, per l’Europa e per il Medio Oriente, è tale che qualsiasi sua interruzione, anche solo per poche ore, equivale a un terremoto economico. Gli Houthi, lo hanno dimostrato nel recente passato, possiedono l’arsenale di missili e droni necessari per colpire le navi o, peggio, per tentare un blocco sistematico. E mentre gli analisti internazionali osservano i movimenti del gruppo yemenita, il rischio concreto è che si ripeta lo scenario già visto dopo il 7 ottobre 2023, quando le loro incursioni costrinsero il traffico container a dirottare su rotte ben più lunghe intorno al Capo di Buona Speranza.

Il doppio blocco degli stretti e la pressione sulle rotte petrolifere

È un incubo logistico che sta già facendo tremare i mercati: da un lato lo Stretto di Hormuz, la cui chiusura de facto da parte dell’Iran ha già strozzato il 20% del petrolio mondiale; dall’altro il Mar Rosso, con i suoi milioni di barili al giorno diretti in Europa. Se gli Houthi dovessero decidere di serrare la morsa anche su Bab el-Mandeb, l’effetto sarebbe devastante per il settore energetico. L’Arabia Saudita, principale esportatore della regione, si troverebbe con le sue rotte occidentali tagliate fuori, costretta a far affidamento esclusivamente sugli oleodotti interni che, per quanto capaci, non possono reggere l’intero carico. Le compagnie di navigazione hanno già imparato la lezione: se il movimento yemenita dichiarerà il blocco, le polizze assicurative schizzeranno alle stelle e i porti del Mediterraneo orientale rischiano di rimanere a secco di materie prime. I vertici degli Houthi hanno lasciato intendere che il loro coinvolgimento sarà “graduale”, ma per gli analisti militari si tratta solo di un modo per dosare la pressione su Trump, costringendo l’amministrazione americana a spalmare le proprie difese su un fronte vastissimo che va dal Golfo Persico al Mar Rosso, fino al Mediterraneo orientale.

Guerra senza retorica: il costo in vite sul fronte libanese

Mentre si discute di scenari economici e strategie navali, il conflitto continua a mietere vittime sul terreno in modo spietato e senza retorica. Nelle ultime ore, un raid aereo israeliano ha colpito un’auto sulla strada di Jezzine, nel sud del Libano, uccidendo cinque persone. Tra di loro, tre erano giornalisti: Ali Choeib, cronista di al-Manar TV, suo figlio, operatore video, e Fatima Ftouni, reporter di al-Mayadeen TV, anch’ella accompagnata da un fratello che lavorava con lei come videografo. Il veicolo, che trasportava la squadra di professionisti, è stato centrato in pieno mentre percorreva una delle arterie principali della regione. Si tratta di un episodio che getta un’ombra lunga sulla copertura mediatica di questa guerra, un’ombra fatta di macerie, cavi elettrici bruciati e taccuini sparsi sull’asfalto. A distanza di ore, non ci sono state rivendicazioni specifiche da parte dell’esercito israeliano riguardo al bersaglio, ma l’accaduto aggrava il già pesante bilancio di vittime tra i reporter in Medio Oriente, trasformando l’informazione stessa in un campo minato.

La difesa sotto pressione e il nodo strategico degli equilibri interni

Dal punto di vista militare, l’apertura del fronte yemenita rappresenta una sfida logistica senza precedenti per gli apparati di difesa degli Stati Uniti e dei loro alleati nel Golfo. Le milizie sciite yemenite, grazie a anni di addestramento iraniano, sono in grado di saturare le difese aeree con ondate di droni a basso costo combinati a missili balistici a lungo raggio, un mix che ha già messo in difficoltà le flotte americane in passato. Sebbene il primo missile diretto in Israele sia stato intercettato, il vero pericolo non è tanto il singolo attacco, quanto la capacità di tenere sotto scacco l’intero sistema di navigazione nel Mar Rosso. E qui si inserisce il tema della sovranità: mentre gli Stati Uniti hanno le portaerei schierate, il tempo delle operazioni di scorta ai mercantili è costoso e logorante. In questo contesto, l’amministrazione Trump – pur in una fase di negoziati complessi con Teheran – si trova a dover gestire un’escalation che rischia di sfuggire al controllo, con gli Houthi che agiscono come un ago della bilancia, capaci di accelerare il conflitto o di alleggerire la pressione a seconda delle convenienze dettate dagli alleati iraniani. L’equilibrio, in un teatro di guerra che si allarga a macchia d’olio, diventa ogni ora più difficile da mantenere.

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