Iran colpito dagli Usa su porti ed energia. Houthi preallertati per il blocco di Bab el-Mandeb

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra con gli Stati Uniti ha insegnato all'Iran che possiede leve di pressione su scala globale finora sottovalutate.

Questa consapevolezza ha cambiato la natura del confronto: se la chiusura di Hormuz sta servendo a tenere a freno gli attacchi americani e a ricattare Donald Trump al tavolo dei negoziati per ottenere maggiori concessioni, perché allora non estendere il blocco al Mar Rosso? Teheran, stando a quanto riferito da tre fonti a Reuters, avrebbe infatti chiesto agli Houthi yemeniti di prepararsi a chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb qualora gli Stati Uniti colpiscano le infrastrutture energetiche iraniane.

Una mossa che, se attuata, metterebbe in ginocchio il commercio marittimo globale e farebbe impennare i prezzi del petrolio fino a 200 dollari al barile, come già paventato da un alto funzionario del gruppo yemenita.

I raid Usa e la risposta iraniana

La sesta notte consecutiva di attacchi americani ha preso di mira, oltre alle consuete postazioni militari, anche le infrastrutture civili e il sistema di trasporti iraniano. Il Centcom ha confermato di aver colpito decine di obiettivi, tra cui sistemi di difesa costiera, siti di stoccaggio missili e strutture logistiche, ma anche ponti e, per la prima volta, infrastrutture elettriche.

Le immagini diffuse dalla tv di Stato iraniana mostrano il ponte di Latidan, vicino a Bandar Abbas, gravemente danneggiato e un'autocisterna in fiamme, mentre a Bandar Khamir sono stati distrutti un ponte stradale e uno ferroviario. Una strategia, quella di Trump, volta a paralizzare il Paese e a costringerlo a trattare, con l'obiettivo dichiarato di "mettere fuori uso tutte le centrali elettriche e i ponti" se Teheran non si siederà al tavolo delle trattative.

Da parte sua, l'Iran ha risposto con il lancio di droni e missili contro basi statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania, rivendicando un attacco a una struttura della Quinta Flotta, mentre i pasdaran hanno ribadito che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso fino alla fine delle "aggressioni americane".

La minaccia di Bab el-Mandeb

L'allarme per un'escalation arriva proprio mentre l'Iran sta spostando il baricentro del conflitto verso il Mar Rosso. Secondo le fonti citate da Reuters, la richiesta di preparare la chiusura di Bab el-Mandeb sarebbe già stata inoltrata agli Houthi, che hanno completato i preparativi schierando missili e droni nelle alture dello Yemen pronte per colpire il traffico navale.

L'idea, già ventilata dai media iraniani, è quella di aprire un secondo fronte, interrompendo le esportazioni di petrolio saudita attraverso il terminale di Yanbu e bloccando una delle rotte commerciali più trafficate del mondo. Una fonte vicina agli Houthi ha rivelato che saranno i rappresentanti dei Guardiani della Rivoluzione già presenti in Yemen a decidere quando dare il via all'operazione. Con lo Stretto di Hormuz già chiuso, un'eventuale chiusura di Bab el-Mandeb rappresenterebbe una doppia morsa per l'economia globale, causando un'impennata dei prezzi dell'energia senza precedenti.

La diplomazia in stallo e il fronte saudita

Mentre il Pentagono si dice pronto a continuare i raid "fino a quando il presidente non dirà basta", la diplomazia sembra essere in un vicolo cieco. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha dichiarato che al momento non ci sono piani per riprendere i negoziati, ribadendo che la Repubblica Islamica è concentrata sulla difesa e risponderà a qualsiasi aggressione.

Nel frattempo, la tensione si è estesa anche alla penisola arabica: l'Arabia Saudita ha rotto la tregua con gli Houthi bombardando l'aeroporto di Sana'a, scatenando rappresaglie da parte del gruppo yemenita che ha lanciato missili verso il Regno. Gli Usa, dal canto loro, starebbero valutando opzioni sempre più estreme per sbloccare la paralisi, tra cui la presa di controllo di Karg Island, da dove parte il 90% dell'export petrolifero iraniano, e l'ipotesi di un intervento di terra ("boots on the ground").

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