L’ombra degli Houthi si allunga sul Mar Rosso: nuovi missili e lo spettro di un blocco globale
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Redazione Esteri
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Che gli Houthi sarebbero tornati a sparare era, in fondo, prevedibile. Non stupisce, dunque, che il gruppo armato yemenita – sostenuto finanziariamente e militarmente da Teheran – abbia rotto quella che appariva una tregua precaria, lanciando ieri due missili contro Israele, entrambi intercettati dalle difese israeliane senza causare vittime o danni, secondo quanto riferito da fonti della sicurezza israeliana alla Cnn. Quel che rende questa escalation più inquietante, però, non è tanto il gesto in sé – per quanto grave – quanto l’annuncio che l’ha accompagnato: la minaccia, esplicita, di riprendere gli attacchi alle navi in transito nel Mar Rosso e, più in generale, di paralizzare lo Stretto di Bab al Mandeb, uno dei colli di bottiglia più sensibili per il commercio marittimo mondiale.
Un fronte che si allarga oltre il Golfo
L’ingresso degli Houthi in quella che fino a qualche settimana fa sembrava una guerra circoscritta al perimetro israelo-palestinese ha, di fatto, allargato il conflitto lungo un asse strategico che oggi tiene in scacco l’economia globale. Il gruppo yemenita, che controlla vaste porzioni della costa sul Mar Rosso, ha dimostrato in passato di poter colpire infrastrutture energetiche e navi commerciali con un’efficacia tale da costringere le principali compagnie di navigazione a rivedere le proprie rotte. E non si tratta solo di una questione militare: è la dimensione economica a far tremare gli analisti. Lo stretto di Bab al Mandeb, attraverso cui transita una fetta considerevole del traffico container diretto verso il Canale di Suez, rappresenta un punto di strozzatura la cui chiusura – anche solo parziale – avrebbe ripercussioni immediate sui prezzi delle materie prime e sulle catene di approvvigionamento.
Il precedente di Hormuz e il nuovo scenario
A rendere il quadro ancora più critico è il contesto già incandescente nel vicino Stretto di Hormuz, dove le tensioni con l’Iran avevano già messo a rischio il flusso di petrolio. Un politologo di Eurasia Group ha ricordato come, nei trenta giorni precedenti lo scoppio della guerra, il volume delle esportazioni iraniane sia salito da 1,1 a 1,5 milioni di barili al giorno, mentre il prezzo del greggio è schizzato da 47 a 120 dollari al barile. Tradotto in cifre, le entrate giornaliere di Teheran sono balzate da 52 a 180 milioni di dollari in appena un mese, grazie alla chiusura di Hormuz. Ora, con gli Houthi che minacciano di replicare lo stesso schema a Bab al Mandeb, il rischio è che l’effetto domino si replichi su scala ancora più ampia, coinvolgendo non solo il mercato energetico ma l’intero commercio globale.
Missili, rotte commerciali e il peso sugli alleati occidentali
Il messaggio lanciato ieri dai ribelli yemeniti è chiaro: il conflitto non sarà confinato ai territori di Gaza o al confronto diretto con Israele, ma si trasformerà in una crisi a impatto globale, con gli attori non statali allineati a Teheran pronti a colpire gli interessi occidentali lungo le principali vie di comunicazione marittima. Gli Stati Uniti, con Trump tornato alla Casa Bianca, si trovano ora a dover gestire una situazione in cui le vecchie formule di deterrenza appaiono meno efficaci, soprattutto perché il nemico – nel caso degli Houthi – ha dimostrato una capacità di resistenza e di adattamento tattico che sfida le tradizionali logiche di intervento militare.
Gli sviluppi giudiziari e investigativi che potrebbero emergere da questa fase restano ancora da chiarire, ma ciò che appare evidente è la natura sistematica di un piano che, attraverso l’uso di proxy regionali, mira a paralizzare le infrastrutture critiche del commercio internazionale. Le parole minacciose giunte dallo Yemen non sono, in questo senso, un semplice atto di propaganda: rappresentano l’avviso di un nuovo metodo di guerra, dove i missili sono solo la punta dell’iceberg di una strategia più ampia, incentrata sul controllo dei flussi economici.




