Stretto di Bab al-Mandeb, la “porta delle lacrime” si riapre nel mirino degli Houthi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In arabo il suo nome evoca il dolore di antichi naufragi o forse la sofferenza dei migranti che lo hanno attraversato, ma oggi lo Stretto di Bab al-Mandeb – che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa – torna a essere teatro di una tensione che rischia di strozzare il commercio globale. Di fatto, è l’unica via obbligata per chi, dal Mar Rosso, punta al Canale di Suez: un passaggio di appena trenta chilometri nel punto piú stretto, largo abbastanza per farne uno snodo nevralgico, ma abbastanza angusto per trasformarlo in una trappola geostrategica. E mentre l’attenzione restava in gran parte concentrata sullo Stretto di Hormuz, chiuso di fatto da Teheran dopo l’inizio delle operazioni militari, è proprio qui, a sud, che si è aperto un nuovo fronte. Gli Houthi, che controllano vaste aree dello Yemen, hanno rotto gli indugi.

L’asso nella manica degli Houthi: il controllo di un passaggio obbligato

Il movimento yemenita Ansar Allah, meglio noto come Houthi, è da tempo considerato il partner piú agguerrito dell’Iran nella cosiddetta “asse della resistenza”, ma fino alla scorsa settimana si era tenuto ai margini dello scontro diretto. Il 28 marzo, però, ha scagliato il suo primo missile verso Israele: un attacco che, secondo quanto dichiarato dal gruppo, proseguirà “fino a quando l’aggressione non cesserà su tutti i fronti”. Una mossa non piú rinviabile, stando agli equilibri interni alla galassia filo-iraniana, ma che cambia radicalmente la posta in gioco. Perché se i razzi verso Haifa hanno un valore per lo piú simbolico, la vera minaccia – quella che fa tremare le cancellerie e le compagnie di navigazione – è un’altra: il ritorno alle azioni di disturbo nel Mar Rosso e il potenziale blocco di Bab al-Mandeb.

Non si tratta di una novità assoluta. Tra il 2023 e il 2025, gli Houthi avevano già dimostrato di poter colpire il traffico commerciale internazionale con droni e missili antinave, costringendo colossi come Maersk a dirottare le proprie flotte verso il Capo di Buona Speranza, con conseguenti rincari dei noli e ritmi di consegna sconvolti. A fermarli era stata una combinazione di fattori: gli attacchi mirati della coalizione a guida statunitense, un fragile cessate il fuoco mediato dall’Oman e, soprattutto, l’interesse di Teheran a non bruciare tutte le carte prima dei negoziati sul nucleare. Oggi, però, le coordinate sono diverse. Con Hormuz chiusa e i bombardamenti su territorio iraniano in corso, l’equazione si è fatta piú crudele: colpire Bab al-Mandeb significa colpire il fianco scoperto dell’economia mondiale.

Una tenaglia globale: quando due stretti diventano un’arma

La strategia iraniana, infatti, sembra ispirarsi a una logica di tenaglia. Da una parte Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto del petrolio globale, oggi sostanzialmente inaccessibile per le petroliere dirette in occidente. Dall’altra, Bab al-Mandeb: il varco meridionale del Mar Rosso, il passaggio obbligato per le navi che vogliono raggiungere il Canale di Suez e quindi il Mediterraneo. Prima dell’escalation, da questo braccio di mare passava circa il 12 per cento del greggio mondiale e una quota significativa del traffico containerizzato tra Asia ed Europa. Con Hormuz fuori gioco, l’alternativa per i paesi del Golfo era rappresentata dall’oleodotto East-West, che collega i giacimenti sauditi al terminale di Yanbu sul Mar Rosso. Ma anche quella, per dirigersi verso l’Asia o l’Europa, richiede di attraversare proprio lo Stretto di Bab al-Mandeb. È un cortocircuito perfetto.

Fonti europee citate da Bloomberg hanno rivelato che Teheran starebbe spingendo gli Houthi a riprendere le operazioni nel Mar Rosso con piú aggressività, soprattutto nell’eventualità di un tentativo statunitense di riconquistare Kharg Island, il terminale principale delle esportazioni iraniane. Il generale Esmail Ghaani, comandante della forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione, ha del resto definito gli attacchi del gruppo yemenita “intelligenti e coraggiosi”, parlando di una “sala di guerra unificata” del fronte della resistenza. Un’affermazione che lascia intendere come la decisione di Ansar Allah non sia stata autonoma, ma rientri in una regia piú ampia. E se da un lato gli Houthi hanno tutto l’interesse a mostrarsi come attori fedeli all’alleato iraniano, dall’altro sono consapevoli che il loro potere di ricatto – e la loro rendita politica – risiede proprio nella capacità di interrompere il traffico marittimo.

Calcoli e rischi: la cautela di Sana’a e le pressioni saudite

Nonostante la retorica bellicosa, i vertici del movimento yemenita non sembrano avere fretta di esaurire tutte le cartucce. L’attacco missilistico del 28 marzo è stato, per certi versi, misurato: nessuna vittima, nessuna rivendicazione eclatante di affondamenti, almeno per ora. Fonti vicine ai dossier yemeniti segnalano che Ansar Allah sta valutando con attenzione il rapporto costi-benefici. Da un lato, c’è il rischio di rompere la tregua con Riyadh, che dopo anni di guerra si è trasformata in un interlocutore scomodo ma necessario: l’Arabia Saudita, oggi egemone nel sud dello Yemen dopo il ridimensionamento degli Emirati, non può permettersi una nuova escalation che minacci i suoi impianti di Yanbu o le infrastrutture critiche sulla costa occidentale. Dall’altro, c’è il calcolo economico: il governo Houthi, che governa Sana’a, ha bisogno di liquidità e di un accordo strutturale con i sauditi, che si sono fatti garanti del processo di pace. Un’escalation troppo violenta rischierebbe di far saltare i colloqui su risarcimenti e compensazioni finanziarie.

Ciononostante, gli analisti ritengono che lo scenario di una nuova chiusura di Bab al-Mandeb sia tutt’altro che remoto. Come ha osservato l’economista dei trasporti Rico Luman, bastano poche petroliere dirottate per far impennare i prezzi, e l’esperienza del 2024 ha dimostrato che il solo annuncio di un pericolo – anche prima che si concretizzi – è sufficiente a innescare reazioni a catena nei mercati assicurativi e nei costi di trasporto. Per gli Stati Uniti, che hanno già una portaerei nel Mar Arabico e un’altra in avvicinamento, il nodo è anche tattico: se la marina americana decidesse di forzare il passaggio per rompere l’assedio, si troverebbe a navigare in un corridoio lungo una trentina di chilometri dove gli Houthi hanno dimostrato di saper piazzare batterie mobili di missili antinave. Un azzardo che a Washington, viste le perdite subite in passato, si preferisce evitare.

Il nuovo ordine regionale e il peso di un conflitto allargato

L’ingresso degli Houthi nel conflitto, insomma, non è un dettaglio tattico, ma un cambiamento strutturale. Per la prima volta dalla fine delle ostilità a Gaza, tutte le componenti dell’asse filo-iraniano – Hezbollah, Hamas e Ansar Allah – sono ufficialmente in campo. E se fino a ieri si parlava di guerra per procura, oggi la linea di galleggiamento è molto piú sottile. L’obiettivo di Teheran, evidentemente, è creare una pressione cosí elevata sull’economia globale da costringere l’amministrazione Trump a fare marcia indietro sugli attacchi, o quantomeno a sedersi a un tavolo negoziale con rapporti di forza diversi. Il fatto che proprio in queste ore l’Iran abbia rilanciato la minaccia di colpire le rotte commerciali se gli Stati Uniti procederanno con un’offensiva terrestre la dice lunga sulla natura asimmetrica dello scontro: non si tratta piú solo di chi vince o perde un pezzo di territorio, ma di chi riesce a tenere in scacco le catene di approvvigionamento mondiali.

A pagare il prezzo piú alto, come spesso accade, sono le rotte del commercio e le economie piú fragili. Le assicurazioni per le navi che osano avventurarsi nel Mar Rosso hanno già iniziato a lievitare, mentre le compagnie di navigazione tengono d’occhio le riunioni del governo yemenita e i movimenti dei pescherecci trasformati in basi di lancio. Bab al-Mandeb, che in arabo significa “porta delle lacrime”, rischia di mantenere fede al suo nome, tornando a essere teatro di un’altra, dolorosa pagina di storia.

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