Gli huthi e il nodo di Bab el-Mandeb: quel che cambia se il conflitto si allarga

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La domanda, a questo punto, è tutt’altro che retorica: cosa succede se gli huthi entrano in guerra? Perché dopo l’attacco del 28 marzo contro Israele – il primo missile lanciato dal gruppo yemenita dalla sua fondazione, stando alle ricostruzioni ufficiali – non si parla più di una semplice minaccia incombente, ma di un fatto compiuto. E la risposta, va detto, non dipende solo dalla potenza di fuoco di Ansar Allah, bensì dalla strategia che questi sceglieranno di seguire nelle prossime ore. Due, in sostanza, le opzioni sul tavolo: da un lato, l’uso di missili e droni a lunga gittata contro il territorio israeliano; dall’altro, una mossa forse più silenziosa ma non meno devastante, ovvero il blocco dello stretto di Bab el-Mandeb. È quest’ultima, a ben vedere, l’ipotesi che tiene sveglie le cancellerie occidentali.

Una porta delle lacrime che vale più del petrolio

Per capirne le ragioni, bisogna guardare alla mappa. Bab el-Mandeb – il cui nome arabo significa, non a caso, «porta delle lacrime» – non è un semplice canale. Largo appena 32 chilometri nel punto più stretto, e lungo circa 113, questo stretto collega il Mar Rosso al golfo di Aden e, da lì, all’Oceano Indiano. Un passaggio obbligato per il traffico marittimo diretto al canale di Suez, e quindi al Mediterraneo. Ma è anche, e soprattutto, un luogo fragilissimo, esposto a una tripletta di rischi che pochi altri snodi conoscono: instabilità politica endemica, attività criminali diffuse e tensioni geostrategiche in costante escalation. La guerra in Iran – che si è infilata in un vicolo cieco da cui non sembra uscire – ha reso questa miscela esplosiva ancor più volatile. Di fatto, oggi Bab el-Mandeb è una delle vie di transito più pericolose per il trasporto globale di merci. E non lo si dice per iperbole.

Non solo Hormuz: perché la chiusura sarebbe doppiamente letale

Da settimane, è vero, gli investitori avevano gli occhi puntati su Hormuz. Quello stretto, che controlla il passaggio del petrolio del Golfo Persico, rappresenta da decenni il termometro della paura energetica. Ma con l’ingresso ufficiale degli huthi nel conflitto, il vero tallone d’Achille potrebbe rivelarsi proprio Bab el-Mandeb. Perché se entrambi i colli di bottiglia venissero bloccati – uno per iniziativa iraniana, l’altro per mano yemenita – le conseguenze sull’economia mondiale sarebbero devastanti, e in maniera quasi immediata. Basti pensare che da Bab el-Mandeb transita una fetta considerevole del commercio europeo con l’Asia, senza dimenticare le navi portacontainer dirette ai porti del Mediterraneo orientale. Un blocco, anche solo parziale, significherebbe ritardi, rincari assicurativi e rotte alternative lunghissime attorno all’Africa. Una paralisi che nessuna potenza marittima può permettersi.

Il nuovo fronte e le pressioni saudite su Trump

L’attacco missilistico del 28 marzo, rivendicato con una frase secca – «le operazioni continueranno fino a quando l’aggressione non cesserà su tutti i fronti di resistenza» – ha aperto un nuovo fronte in Asia occidentale. E il dettaglio non è secondario, perché il coinvolgimento di Ansar Allah rischia di allargare l’orizzonte del conflitto ben oltre i confini israelo-palestinesi. A essere chiamati in causa, in questo scenario, sono soprattutto i paesi del Golfo. L’Arabia Saudita, in prima fila, si trova ora a dover gestire una pressione interna ed esterna quasi insostenibile: da un lato, la paura che gli huthi – già protagonisti di una lunga guerra per procura con Riyad – possano trasformare Bab el-Mandeb in una trappola; dall’altro, la necessità di spingere l’amministrazione Trump – che con il ritorno alla Casa Bianca ha riacceso la linea dura contro Teheran – a intensificare gli attacchi sull’Iran. Non si tratta, si badi, di una semplice manovra diplomatica. È il tentativo di evitare che due stretti diventino due coltelli puntati alla gola dell’economia globale.

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