Petrolio, gli Houthi minacciano il Mar Rosso e l’incubo dei prezzi torna a agitare i mercati
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Redazione Esteri
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Non bastava lo Stretto di Hormuz a tenere col fiato sospeso i mercati energetici globali, e ora gli Houthi, il movimento armato politico e religioso di stampo sciita che risponde all’Iran, hanno alzato la posta minacciando un blocco navale anche sullo Stretto di Bab al-Mandeb. L’ombra di un’interruzione della rotta del Mar Rosso, fondamentale per il transito del greggio verso l’Europa e non solo, rischia di far decollare il costo del petrolio con conseguenze dirette sui prezzi di benzina e diesel per gli automobilisti.
La tensione, in realtà, non è una novità assoluta, ma le ultime mosse degli Ansar Allah, così si chiamano ufficialmente i "partigiani di dio", suggeriscono un’escalation che potrebbe trasformare un’area già caldissima in un vero e proprio collo di bottiglia per le forniture energetiche mondiali.
Petroliere in inversione a U dopo gli avvertimenti
I segnali di un cambiamento concreto delle rotte commerciali sono già arrivati, concreti e preoccupanti: secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, almeno sette petroliere hanno invertito la rotta nel Mar Rosso a seguito degli avvertimenti provenienti dagli Houthi dello Yemen, alleati di Teheran.
In particolare, quattro di queste navi hanno modificato la loro traiettoria mercoledì allontanandosi dallo Stretto di Bab al-Mandeb, mentre altre tre, dirette verso India e Cina, avevano già compiuto la stessa manovra martedì, optando per un percorso molto più lungo e indiretto attraverso il Canale di Suez.
Un’inversione a U che non è solo un dettaglio tecnico, ma il primo campanello d’allarme di una possibile interruzione sistematica del traffico navale in una delle vie d’acqua più strategiche del pianeta, quella che separa la penisola arabica dalle coste africane e collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, e da lì all’Oceano Indiano.
Il rischio concreto del blocco e la strategia di Teheran
Il timore, che si fa sempre più consistente, è che Bab al-Mandeb possa diventare un secondo Stretto di Hormuz, il punto di transito obbligato per una fetta enorme del petrolio mondiale che gli Houthi, con il loro arsenale di missili e droni, hanno già dimostrato di saper colpire.
In questo quadro complesso si inserisce l’analisi di Eyal Pinko, ex ufficiale della marina israeliana ed esperto di sicurezza marittima, che ha recentemente condotto una ricerca sul tema presso il Nato Defense College di Roma: secondo Pinko, i blocchi degli stretti di Bab el-Mandeb e Hormuz non sono atti isolati, ma parte di una strategia unica elaborata da Teheran, e sarebbe un errore pensare che gli Houthi agiscano in totale autonomia.
Il movimento yemenita, d’altronde, ha già dimostrato in passato di possedere le armi e la capacità operativa per interrompere il transito, utilizzando sistemi missilistici e imbarcazioni senza pilota per minacciare le navi mercantili e le petroliere, e ora la minaccia si fa più esplicita con l’annuncio di un blocco navale vero e proprio.
La risposta prudente di Trump e lo scenario internazionale
La Casa Bianca, dal canto suo, osserva con attenzione ma senza farsi prendere dal panico, almeno a parole: il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, interrogato dai giornalisti sulla possibilità di un blocco del Mar Rosso da parte dei ribelli Houthi, ha risposto che «finora non è successo», aggiungendo che «potrebbe succedere ma noi ci occupiamo delle cose».
Una dichiarazione che lascia intendere una certa cautela, senza però sbilanciarsi su azioni militari imminenti, in un momento in cui gli equilibri in Medio Oriente sono già estremamente fragili e le rotte del Mar Rosso rappresentano un’arteria vitale non solo per il petrolio, ma anche per il commercio globale di beni e container.
Gli analisti, intanto, sottolineano che un blocco prolungato di Bab al-Mandeb costringerebbe le navi a circumnavigare l’intero continente africano, con un aumento esponenziale dei tempi di percorrenza e dei costi di trasporto, un’eventualità che avrebbe ripercussioni immediate sui prezzi dell’energia e, a cascata, sull’inflazione in Europa e negli Stati Uniti.




