Mar Rosso, l’allarme di Aspides e il nuovo fronte degli Houthi: “massima cautela” per le navi

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’operazione navale europea Aspides ha rotto il silenzio con un avvertimento che, per chi segue la crisi mediorientale, suona come l’annuncio di una tempesta imminente. In un bollettino diffuso, la missione militare dell’Unione Europea ha invitato tutte le imbarcazioni in transito nel Mar Rosso e nella parte orientale del Golfo di Aden a procedere con la massima cautela, suggerendo che il momento dell’inazione per i ribelli yemeniti potrebbe essere giunto al termine. L’analisi degli sviluppi, riportata nel documento, è netta: dopo settimane di silenzio apparente, i lanci di missili contro Israele rappresenterebbero il primo passo di una strategia più ampia; il secondo, temuto, sarebbe il ritorno agli attacchi sistematici contro il naviglio mercantile, una pratica che già in passato aveva trasformato uno dei crocevia più trafficati del globo in un’area di guerra ad alta intensità.

La situazione, del resto, è mutata radicalmente nelle ultime settantadue ore. La milizia sciita, sostenuta e finanziata dall’Iran, ha infatti rivendicato il lancio di due missili verso Israele, un attacco che segna la sua entrata ufficiale in un conflitto che, iniziato un mese fa con i raid di Stati Uniti e Israele sul territorio iraniano, rischia ora di allargarsi a macchia d’olio. È la prima volta dall’inizio delle ostilità che gli Houthi colpiscono direttamente lo Stato ebraico, un’escalation che arriva mentre i raid israeliano-statunitensi hanno colpito una città portuale iraniana nei pressi dello Stretto di Hormuz, causando cinque vittime secondo l’agenzia Irna, e mentre l’arrivo di circa 2.500 marines nella regione – come riportato da fonti americane – suggerisce un rafforzamento militare che potrebbe preludere a sviluppi tattici sul campo.

La posta in gioco, per l’Europa e per l’Italia in particolare, è altissima. Lo scenario che gli analisti descrivono come il più temibile riguarda lo Stretto di Bab al-Mandeb, quella porta d’accesso al Mar Rosso che, insieme al Canale di Suez, rappresenta un’arteria fondamentale per il commercio mondiale. Un alto funzionario del ministero della propaganda Houthi ha dichiarato apertamente che la chiusura di questo passaggio è “tra le opzioni” sul tavolo del gruppo armato, un modo per sostenere l’Iran e l’Asse della Resistenza senza dover impiegare forze convenzionali in un conflitto diretto con gli Stati Uniti. Se dovesse concretizzarsi, sarebbe la replica di quanto già accaduto con il blocco virtuale dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, con conseguenze devastanti per le catene di approvvigionamento energetico e per le economie occidentali già provate dall’instabilità dei mercati.

L’allarme della missione Aspides e la risposta europea

La nota diffusa da Aspides non è un mero esercizio burocratico, ma un allarme operativo che fotografa una realtà di rischio imminente. La missione europea, nata con un mandato prettamente difensivo per garantire la libertà di navigazione in un’area già resa pericolosa dalle crisi precedenti, si trova ora a fare i conti con una minaccia che cambia natura. L’avvertimento ai mercantili di tenersi alla larga dalle acque territoriali yemenite e di navigare il più possibile vicini alla costa africana è una misura tattica che rivela quanto sia considerata concreta l’eventualità di un attacco imminente. Il timore, condiviso dagli esperti di difesa, è che la coalizione occidentale, pur avendo speso risorse ingenti in testate antimissile, possa trovarsi impreparata di fronte a una nuova ondata di droni e missili da crociera lanciati da posizioni costiere difficili da neutralizzare permanentemente.

Per l’Italia, che svolge un ruolo di primo piano nel dispositivo navale europeo con la propria marina militare, l’evoluzione del conflitto rappresenta un banco di prova delicato. La presenza di fregate e cacciatorpediniere italiani nel quadrante, spesso poste sotto il comando tattico della missione, espone il Paese a una dinamica di guerra che fino a ieri sembrava confinata al Golfo Persico. L’ammissione degli stessi comandi militari statunitensi, che già in passato hanno ammesso la difficoltà di intercettare tutti i vettori nemici senza esaurire le scorte di munizionamento, getta un’ombra sulla sostenibilità di una strategia puramente difensiva, costringendo Bruxelles a confrontarsi con la necessità di adattare il mandato di Aspides per renderla più efficace di fronte a un nemico che non ha timore di colpire infrastrutture civili.

Il fragile equilibrio diplomatico nel caos del Golfo

Mentre i missili volano e le navi ricevono ordini di allontanarsi, il tavolo della diplomazia tenta di tenere il passo con gli eventi. Il Pakistan ha ospitato colloqui di alto livello con la partecipazione di Arabia Saudita, Turchia ed Egitto, cercando di tessere una mediazione tra Washington e Teheran. L’obiettivo, al momento, appare complicato dall’intransigenza di entrambe le parti: gli Stati Uniti hanno presentato una “lista d’azione” in quindici punti per la riapertura di Hormuz e la limitazione del programma nucleare, mentre l’Iran ha risposto con una controproposta che chiede riparazioni e il riconoscimento della propria sovranità sullo stretto. L’ingresso degli Houthi in guerra, con la loro capacità di colpire Israele e di minacciare il Mar Rosso, complica ulteriormente il quadro, fornendo a Teheran un potente strumento di pressione asimmetrico che opera a migliaia di chilometri dai propri confini, senza che i mediatori possano facilmente disinnescarlo.

Il rischio, avvertono gli osservatori, è che si apra un fronte secondario che risvegli le tensioni latenti nello Yemen, un Paese già devastato da anni di guerra civile e crisi umanitaria. La minaccia di chiudere Bab al-Mandeb non è solo un atto di guerra, ma una leva economica potentissima: se attuata, costringerebbe le navi a circumnavigare l’Africa, con un aumento esponenziale dei costi assicurativi e dei tempi di consegna, innescando una nuova ondata inflazionistica in Europa. Per l’Italia, in particolare, che fonda gran parte della propria economia sulla logistica e sulla manifattura esportatrice, il blocco di fatto di Suez rappresenterebbe un colpo durissimo, dimostrando come il conflitto mediorientale abbia smesso di essere una vicenda lontana per trasformarsi in una minaccia diretta per le infrastrutture critiche nazionali.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.