Lo stretto di Hormuz, il fattore tempo e la gestione di una crisi che non è ancora uno choc energetico

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il vero spartiacque, il cosiddetto “game changer” che separa una fase di mercato turbolenta ma gestibile da un autentico shock energetico sistemico, risiede in una variabile tanto semplice nella sua enunciazione quanto complessa nelle sue implicazioni geopolitiche e finanziarie: il fattore tempo. A porre l’accento su questo elemento cruciale è Mohit Kumar, capo economista globale di Jefferies, la storica banca d’affari americana che quotidianamente sonda il polso degli investitori a cavallo tra Wall Street e la City londinese, tutti alle prese con la medesima, ossessionante domanda su quali possano essere le prossime mosse dell’amministrazione Trump. L’attenzione, naturalmente, è tutta concentrata sullo Stretto di Hormuz, quel sottile braccio di mare — non più di 33 chilometri nel punto più stretto — la cui eventuale e prolungata chiusura rappresenterebbe un terremoto per le economie dipendenti dagli idrocarburi. Secondo l’analista, la finestra critica, quella entro la quale la crisi può essere assorbita senza danni permanenti a crescita e inflazione, si misura in settimane, non in mesi. Se l’attuale conflitto dovesse risolversi nell’arco di tre o quattro settimane, l’impatto sui prezzi del greggio — che Jefferies vede attestarsi in una forchetta tra i 90 e i 95 dollari al barile — e sulle scelte delle banche centrali resterebbe contenuto. Ma è proprio sulla durata che si gioca la partita più delicata, e su questo fronte l’ottimismo degli investitori americani, convinti che la Casa Bianca voglia e possa ottenere una rapida uscita di scena, si scontra con il realismo di chi ricorda che smantellare la capacità di interdizione navale iraniana non è operazione che si possa compiere in pochi giorni.

Il nodo assicurativo e la paralisi di una via d’acqua vitale per l’economia globale

Che la tensione abbia già raggiunto livelli parossistici lo dimostra, al di là delle dichiarazioni bellicose, un dato freddo e inoppugnabile: il costo delle polizze assicurative per le navi che intendono attraversare Hormuz è aumentato di dodici volte nell’arco di appena tre giorni. Compagnie di primario livello hanno disdetto le coperture per il “rischio guerra”, costringendo gli armatori a rinegoziare condizioni proibitive che, come spiega Stefano Messina, presidente di Assarmatori, hanno fatto lievitare i noli del 400% per i container e del 300% per le petroliere. Non si tratta, al momento, di un blocco navale totale — alcuni carrier, come le cementiere, continuano a transitare — ma la riduzione drastica dei traffici è una realtà tangibile, con centinaia di navi ferme in rada o in attesa di decisioni che tardano ad arrivare. Il problema, peraltro, non si limita al solo comparto energetico. Da questo tratto di mare, che separa la costa iraniana da quella della penisola arabica, transita circa un terzo della produzione mondiale di nutrienti per il suolo, in particolare fosfati e potassio, elementi essenziali per l’agricoltura intensiva europea. Un blocco prolungato di questi prodotti, come sottolineano gli analisti, non avrebbe effetti solo sulla disponibilità di materia prima, ma inciderebbe direttamente sulla resa dei raccolti, innescando una spirale inflazionistica che dal campo arriverebbe direttamente alle tavole dei consumatori, colpendo un settore, quello alimentare, già provato da rincari energetici e logistici.

Le scorte, la diversificazione dei fornitori e la vulnerabilità strutturale dell’Europa

La percezione del rischio, in questa fase, divide l’Atlantico. Se negli Stati Uniti si tende a paragonare l’operazione in Iran a quella, più circoscritta, in Venezuela, e si confida nella capacità dell’amministrazione di evitare un’impennata del Brent a ridosso delle elezioni di midterm, in Europa e in Asia l’umore è assai più cauto. Gli investitori del Vecchio Continente, bruciati dalla crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, temono che questo possa essere solo il primo atto di un conflitto di lunga durata. E i numeri, in parte, danno loro ragione. Se per il petrolio l’Italia, ad esempio, dipende solo per una quota minorile da Hormuz, per il gas liquefatto la situazione è più complessa: il Qatar, la cui produzione è al momento ferma, rappresenta una fetta non trascurabile degli approvvigionamenti, e la riapertura dei suoi impianti, secondo le stime, richiederà dalle due alle quattro settimane. Nel frattempo, l’Europa può contare su riserve strategiche sufficienti per un mese circa, un cuscinetto che rende gestibile una crisi di breve periodo, ma che diventerebbe del tutto inadeguato di fronte a uno stop di tre mesi. Il governo americano, dal canto suo, sta spingendo per garantire forniture alternative, consapevole che un isolamento prolungato dell’area spingerebbe Pechino — che importa dall’Iran quasi la metà del proprio fabbisogno petrolifero — a esercitare pressioni diplomatiche per una rapida risoluzione del conflitto. Ma finché le acque del Golfo rimarranno un teatro di operazioni militari, ogni rotta alternativa, come il temuto passaggio dal Capo di Buona Speranza, si tradurrà in un allungamento dei tempi di percorrenza e in un ulteriore, inevitabile aggravio dei costi per l’intera catena logistica globale.

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