Iran, il nuovo fronte ombra: dopo Hormuz, la minaccia di chiudere Bab el-Mandeb e l’attesa inquietante per gli Houthi
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Redazione Esteri
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L’attenzione degli analisti e dei governi occidentali, focalizzata nelle ultime settimane sulle dinamiche esplosive del Golfo Persico e sullo Stretto di Hormuz, ha forse trascurato un’anomalia tanto silenziosa quanto potenzialmente esplosiva. Mentre l’Iran ha già dimostrato la capacità di mettere in ginocchio il traffico energetico globale bloccando di fatto il passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, a migliaia di chilometri di distanza, in un’altra delle arterie vitali del commercio marittimo, si registra un’assenza che risuona come un enigma negli ambienti militari: quella degli Houthi dello Yemen. Il gruppo yemenita, parte integrante dell’“asse della resistenza” guidato da Teheran, non è ancora entrato ufficialmente nel conflitto aperto tra Israele, Stati Uniti e Iran. Una circostanza, questa, che non corrisponde a una rinuncia, ma che sembra configurarsi piuttosto come una precisa scelta strategica, una carta conservata per un momento di massima tensione.
La strategia della tensione e il “calcolo” di Teheran
Una fonte vicina ai pasdaran, ripresa dall’agenzia Tasnim, ha recentemente fatto circolare una minaccia che non lascia spazio a interpretazioni ambigue: se il “nemico” – termine con cui si indicano Stati Uniti e Israele – dovesse tentare azioni militari sul territorio iraniano o nei mari adiacenti, Teheran è pronta ad aprire “fronti a sorpresa” per raddoppiare i costi dell’aggressione. In questo quadro, il riferimento implicito alla possibilità di attivare il gruppo yemenita è stato chiarito da dichiarazioni successive, che hanno messo nel mirino lo Stretto di Bab el-Mandeb, l’imbocco sud del Mar Rosso. La chiusura di questo snodo, largo appena una trentina di chilometri nel suo punto più critico, rappresenterebbe un colpo letale per l’economia globale, già sofferente per il blocco di Hormuz.
Secondo le valutazioni degli analisti internazionali, l’attuale immobilismo degli Houthi è frutto di un calcolo militare e politico preciso, orchestrato con ogni probabilità dall’alto di Teheran. L’opzione di tenere i ribelli yemeniti “in panchina”, come suggeriscono alcuni osservatori, risponde alla logica di gestire le risorse di pressione in un conflitto che si prospetta lungo. Un intervento massiccio degli Houthi, che controllano la costa yemenita affacciata sul Bab el-Mandeb, non solo saturerebbe le difese delle marine militari occidentali presenti in zona, ma avrebbe il potere di bloccare il transito di circa il 12% del traffico marittimo mondiale, inclusa una quota significativa delle forniture energetiche dirette in Europa che ancora transitano da Suez. Una mossa del genere, però, avrebbe un costo altissimo per lo stesso Yemen, esponendo le già fragili infrastrutture del paese a una rappresaglia devastante, un rischio che Teheran e i suoi alleati stanno soppesando con attenzione.
Bab el-Mandeb, il “varco delle lacrime” sotto tiro
A differenza dello Stretto di Hormuz, dove la tensione è costante e visibile, la situazione nel Mar Rosso è caratterizzata da un silenzio che inquieta gli strateghi militari. Attraverso Bab el-Mandeb passa non solo una percentuale rilevante del petrolio saudita e di altri produttori del Golfo che hanno riconvertito le loro esportazioni verso i porti del Mar Rosso per aggirare il blocco di Hormuz, ma anche una fetta enorme di commercio containerizzato tra Asia ed Europa. Se gli Houthi decidessero di attaccare le navi dirette in Israele o quelle di nazioni considerate “aggressive”, come già accadde nel biennio precedente, oppure di posizionare mine o missili balistici per interdire il transito, l’unica alternativa per le navi sarebbe la lunga circumnavigazione dell’Africa, con conseguenti impatti devastanti sui tempi di consegna e sui costi dei noli e delle assicurazioni.
Il gruppo yemenita, tuttavia, non è un semplice burattino. L’analisi della loro recente condotta rivela una volontà di mantenere una certa autonomia decisionale, dettata da ragioni di sopravvivenza interna. Le campagne di bombardamenti condotte da Stati Uniti e Regno Unito nel 2025 hanno inflitto danni reali alle loro capacità operative, e un nuovo attacco potrebbe compromettere i fragili equilibri interni che reggono la loro governance su Sana’a. Inoltre, una riapertura del fronte nel Mar Rosso rischierebbe di far naufragare i colloqui in corso con l’Arabia Saudita, un vicino che guarda con estremo timore a qualsiasi escalation che possa colpire le sue stesse rotte commerciali.
L’attesa come arma e il nodo del coordinamento
La minaccia di bloccare Bab el-Mandeb non è solo uno strumento bellico, ma anche un potente fattore di pressione psicologica. Le dichiarazioni rilasciate da Mohammed al-Bukhaiti, esponente del movimento, hanno confermato che l’ipotesi di chiudere la via d’acqua è concretamente sul tavolo e che, in caso di azione, i colpi sarebbero mirati esclusivamente contro gli interessi degli “aggressori”, lasciando potenzialmente indenni le navi di paesi neutrali come Russia e Cina. Questa precisazione, lungi dall’essere una concessione, delinea lo scenario di una crisi chirurgica ma profonda, in grado di selezionare gli obiettivi economici senza per questo ridurre l’impatto devastante sul commercio globale.
Attualmente, mentre la guerra infuria con raid israeliani che hanno colpito infrastrutture energetiche come il giacimento South Pars, il mondo osserva con il fiato sospeso la strategia di contenimento iraniana. Gli Stati Uniti, consapevoli che la loro flotta nel Mar Rosso potrebbe trovarsi esposta a un tipo di minaccia asimmetrica difficile da contrastare con le sole armi convenzionali, hanno intensificato la sorveglianza. La vera incognita, quindi, non è più se l’Iran sia disposto a giocare questa carta, ma piuttosto quando e con quali modalità il movimento yemenita deciderà di alzare il tiro, trasformando quella che oggi è solo una minaccia latente in una crisi marittima globale senza precedenti.




