Il silenzio degli Houthi e l’asso nella manica dell’Iran: lo Stretto di Bab el-Mandeb nel mirino

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’analisi del rischio, in un Medio Oriente già sconvolto dalla guerra aperta tra Israele, Stati Uniti e Iran, si concentra ora su ciò che non accade, un’assenza, quella degli Houthi yemeniti, che pesa come un macigno negli equilibri militari. Dopo la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, un’arteria vitale per il petrolio del Golfo, lo sguardo degli analisti si è spostato più a sud, verso Bab el-Mandeb, il varco che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano. È lì, secondo l’esperto Plitsas, che Teheran potrebbe giocare la sua carta più temibile, quell’asso nella manica rappresentato proprio dalla milizia sciita zaydita, un gruppo che in passato ha già dimostrato di poter trasformare una crisi regionale in un terremoto economico globale.

L’inganno dei missili e la minaccia latente

La strategia iraniana, spiega Plitsas, si fonda su una costante mistificazione delle proprie capacità, un dato rivelato dal caso Diego Garcia quando divenne evidente che la gittata dei missili superava di gran lunga i duemila chilometri dichiarati ufficialmente dal regime il 25 febbraio scorso. Questa propensione al segreto e allo sviluppo di armamenti sempre più potenti fa da cornice a un’altra verità scomoda: l’apparente inerzia degli Houthi. Nonostante i proclami di solidarietà e le manifestazioni di piazza a Sana’a con i ritratti della nuova Guida Suprema, la milizia che controlla la capitale yemenita e vaste aree costiere ha mantenuto un silenzio operativo assordante. Un silenzio che, per gli ambienti diplomatici, non è affatto segno di debolezza, ma piuttosto il respiro prima della tempesta. La milizia, che secondo fonti governative yemenite ospita ormai infrastrutture militari iraniane per la produzione di droni e missili nelle province di Sa’da e Hajjah, tiene il dito sul grilletto, in attesa del segnale giusto.

Bab el-Mandeb, il collo di bottiglia dell’economia mondiale

L’attenzione si concentra quindi sul ruolo di questa fazione armata. Se l’Iran ha già chiuso il rubinetto di Hormuz, bloccare anche Bab el-Mandeb significherebbe strangolare due delle principali rotte energetiche planetarie. Attraverso questo passaggio, largo appena una trentina di chilometri in alcuni punti, transita una quota significativa del petrolio mondiale e una fetta ancora maggiore del commercio containerizzato diretto al Canale di Suez. Le parole di una fonte militare iraniana, riprese dall’agenzia Tasnim, sono state esplicite: qualsiasi azione militare contro l’isola di Kharg – il principale terminale di esportazione petrolifera iraniana – scatenerebbe una reazione “senza precedenti” nel Mar Rosso. E l’unico attore in grado di eseguire una tale minaccia, con il proprio arsenale posizionato a ridosso della costa yemenita, sono proprio gli Houthi.

L’attesa strategica di Teheran

A differenza di Hezbollah, già impegnato su un fronte secondario con Israele, gli Houthi rappresentano per l’Iran una riserva strategica di valore inestimabile. La loro capacità di colpire il traffico mercantile, già sperimentata nel 2024 con attacchi che costrinsero le principali compagnie di navigazione ad abbandonare la rotta del Mar Rosso, è ancora intatta nonostante i precedenti raid statunitensi. L’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca, si trova ora di fronte a uno scenario già vissuto ma potenzialmente più pericoloso. I pubblici ammonimenti del leader della milizia, che ha dichiarato di avere “le dita sul grilletto” in attesa degli sviluppi, lasciano intendere che l’escalation non è una questione di “se”, ma di “quando”. La strategia di Teheran, in questa fase, sembra essere quella di gestire l’intensità del conflitto, tenendo in riserva l’opzione più destabilizzante per colpire l’economia occidentale nel suo punto più vulnerabile: le linee di approvvigionamento energetico.

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