L’Iran minaccia Bab al-Mandeb, dopo Hormuz un altro stretto sotto pressione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non bastava Hormuz, con le sue acque sorvegliate da una tensione ormai cronica; Teheran, in questa fase di rinnovato scontro con gli Stati Uniti, ha deciso di spostare l’attenzione su un altro punto nevralgico delle rotte marittime globali. L’avvertimento, arrivato ieri da Ali Akbar Velayati – consigliere della guida suprema Mojtaba Khamenei – è chiaro: se Washington dovesse «ripetere i suoi errori», anche lo stretto di Bab al-Mandeb potrebbe diventare instabile. Una dichiarazione che non è certo passata inosservata, visto che quel passaggio d’acqua, situato tra lo Yemen, Gibuti e l’Eritrea, rappresenta una delle arterie più delicate per il commercio mondiale e per i flussi petroliferi.

Il corridoio energetico del Mar Rosso: rischi e resilienza infrastrutturale

Proprio il 28 marzo 2026, gli Houthi – il gruppo armato yemenita allineato con Teheran – hanno lanciato missili contro Israele, accompagnando l’azione militare con la minaccia di chiudere Bab al-Mandeb. Un gesto che ha immediatamente fatto salire il rischio geopolitico in quelle acque, dove si gioca una partita decisiva per l’energia e le merci. Va ricordato, e non è un dettaglio marginale, che questo stretto costituisce un passaggio obbligato insieme al Canale di Suez: senza di esso, l’intera via di comunicazione del Mar Rosso andrebbe in tilt. Le infrastrutture energetiche disseminate lungo le coste dell’Arabia Saudita, dell’Egitto e del Sudan, infatti, dipendono in larga misura dalla stabilità di questo corridoio. Un’instabilità prolungata, qui, avrebbe conseguenze ben più gravi di quanto si possa immaginare a prima vista.

Bab el-Mandeb, l’altro snodo cruciale nella penisola arabica

Mentre l’attenzione dei media e degli analisti resta quasi sempre concentrata su Hormuz – il celebre stretto tra Iran e Oman – l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente e il crescente coinvolgimento degli Houthi stanno rendendo sempre più precario anche Bab el-Mandeb. Questo collo di bottiglia, largo in alcuni punti appena una trentina di chilometri, collega il Mar Rosso al golfo di Aden e, da lì, all’Oceano Indiano. Una posizione geografica che lo trasforma in un vero e proprio imbuto: in condizioni normali, vi transita circa il 12 per cento del commercio mondiale di petrolio. Non solo greggio, ovviamente: container, gas naturale liquefatto, prodotti raffinati e grano proveniente dall’Europa e dal Mar Nero diretti in Asia passano di qui. Chiudere questo snodo, o anche solo renderlo pericoloso per le navi, equivarrebbe a paralizzare una fetta consistente dell’economia globale.

Studio Aperto: petrolio, un altro stretto a rischio

La cronaca di queste ultime settimane non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Il presidente Trump, ormai da più di un anno nuovamente alla Casa Bianca, ha reagito con la consueta durezza: «Riaprite lo stretto o sarà l’inferno», ha dichiarato senza mezzi termini. Nel frattempo, l’Opec ha aumentato la produzione per tamponare il possibile buco di offerta, mentre papa Leone XIV ha lanciato un appello alla tregua: «Chi ha potere fermi la guerra». Al di là delle parole, però, i fatti parlano chiaro. Un naufragio al largo della Libia ha causato ottanta dispersi – ennesima tragedia nel Mediterraneo – e in Italia la Pasqua è stata assolata, con turisti che hanno invaso le città d’arte. Nel calcio, il Bologna ha vinto a Cremona, mentre stasera si gioca Inter-Roma. Ma la vera partita, quella che tiene col fiato sospeso i mercati, si gioca a Bab al-Mandeb, dove un missile o una minaccia possono far tremare le quotazioni del petrolio in un istante.

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