Gli Houthi lanciano un missile su Israele. Dopo Hormuz trema il mar Rosso
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Redazione Esteri
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L’allarme, nello Stretto di Bab el Mandeb, non è più soltanto economico. Se già da settimane gli attacchi degli Houthi nel mar Rosso minacciavano quel sottile corridoio marittimo attraverso il quale transita una fetta decisiva del petrolio e dei commerci diretti in Europa, l’ultima evoluzione del conflitto – segnata da un lancio missilistico dallo Yemen contro Israele – ne ha trasformato la natura, portando la tensione a un livello qualitativamente superiore. Due i razzi, separati da poche ore, che i ribelli filo-iraniani hanno scagliato verso il territorio israeliano, quasi a voler sottolineare, con quella sequenza serrata, la propria volontà di non restare più ai margini di una guerra che vede Washington e Tel Aviv schierate contro Teheran.
L’impatto immediato, però, si è misurato anche – e forse soprattutto – sulle rotte commerciali. Lo stretto di Bab el Mandeb, lo si ricorderà, rappresenta un collo di bottiglia logistico di valore strategico incalcolabile: di lì passano le merci dirette al canale di Suez, e di conseguenza all’Europa. Con i ribelli yemeniti che hanno dimostrato di poter colpire bersagli a grande distanza, le compagnie di navigazione hanno iniziato a ricalcolare i rischi, deviando le proprie navi verso il Capo di Buona Speranza. Una scelta, quest’ultima, che allunga i tempi di percorrenza e fa schizzare verso l’alto i costi dei trasporti, con un effetto domino destinato a ripercuotersi sulle bollette, sul prezzo dei carburanti e, in ultima analisi, sull’inflazione al consumo.
Il nuovo equilibrio militare dopo l’attacco a Teheran
Sabato 28 febbraio, però, lo scenario è ulteriormente mutato. Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, e i missili hanno colpito diverse zone della capitale Teheran, causando centinaia di vittime. Tra queste, una di peso specifico incommensurabile: la Guida suprema, Ali Khamenei, alla quale è succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’operazione israeliana è arrivata a distanza di soli due giorni dalla ripresa dei colloqui tra Iran e Stati Uniti – un negoziato del quale Donald Trump, ora di nuovo presidente degli Stati Uniti, si era detto apertamente non soddisfatto, malgrado l’Oman, nella sua funzione di mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove soluzioni per il dossier nucleare.
A quel punto, gli Houthi non hanno più atteso. Il loro ingresso in guerra, reso ufficiale dal lancio dei due missili su Israele, ha spianato la strada a una reazione a catena. Il Pentagono, stando alle ultime informazioni disponibili, si prepara a settimane di operazioni di terra in Iran, mentre migliaia di marines sono già state posizionate nel Golfo. La difesa missilistica statunitense, già messa a dura prova dalle precedenti incursioni, si trova ora sotto una pressione crescente, dovendo gestire un fronte yemenita che si aggiunge a quello iraniano.
Diplomazia sotto scacco e traffico marittimo in apnea
Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz – l’altro grande cerniera del commercio petrolifero mondiale – è diventato un teatro di manovre sempre più concitate. Teheran ha rivolto un messaggio chiaro ai Paesi vicini: “Se volete la sicurezza, non aiutate gli Stati Uniti”. Un avvertimento che non è caduto nel vuoto, visto che il Pakistan ha ottenuto il semaforo verde per far transitare venti proprie navi proprio attraverso Hormuz. E non è tutto: l’Iran ha minacciato di colpire le università statunitensi presenti in Medio Oriente, allargando ulteriormente il raggio di un conflitto che sembra non conoscere più confini netti.
Sul versante diplomatico, l’ingresso in guerra degli Houthi ha reso oltremodo complicata qualsiasi mediazione. Si è aperto oggi in Pakistan un vertice tra i Paesi che cercano una via negoziale, ma le premesse appaiono fragili. I ribelli yemeniti, forti del loro controllo su vaste aree costiere, possono di fatto bloccare o rallentare a piacimento il traffico nel mar Rosso, e nessuna trattativa può ignorare il loro peso specifico, per quanto ostico esso sia da gestire.
Il ruolo delle basi italiane e la scommessa persa di Trump
Sullo sfondo, ma non troppo, c’è anche l’apparato logistico occidentale. Droni e aerei radar, si apprende, operano anche da basi italiane, un dettaglio che riporta l’attenzione sul coinvolgimento indiretto – ma non per questo meno rilevante – di alleati europei nella gestione della crisi. Nessuna dichiarazione ufficiale ha finora dettagliato l’entità di questo supporto, ma la loro presenza è un tassello del più ampio dispositivo di sorveglianza e intercettazione messo in campo contro le minacce provenienti dall’area.
A un mese dall’inizio della guerra, la scommessa iniziale di Trump – quella di un conflitto breve e a trazione esclusivamente aerea – appare ormai perduta. L’ingresso degli Houthi, con la loro capacità di minacciare sia Israele sia le rotte commerciali internazionali, ha allargato il conflitto su un fronte che nessuna potenza occidentale può permettersi di ignorare, ma che nessuna sa davvero come chiudere. E mentre i missili continuano a volare, il prezzo di tutto questo – in termini di vite umane, di costi energetici e di instabilità globale – continua a salire, senza che si intraveda, all’orizzonte, una via d’uscita chiara.




