Netanyahu dice sì a Trump e porta Israele nel Board of Peace per Gaza
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Redazione Esteri
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L'ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu ha reso noto, attraverso un comunicato ufficiale, l'accettazione dell'invito a far parte del cosiddetto "Board of Peace" per Gaza, un organismo promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La decisione, arrivata dopo che in precedenza gli stessi uffici di Gerusalemme avevano definito il progetto come non coordinato e contrario alla politica israeliana, segna una netta inversione di rotta e colloca Israele all'interno di un consesso internazionale che, nelle intenzioni del leader americano, dovrebbe guidare la ricostruzione dell'enclave palestinese. Il Board, la cui creazione rappresenta una delle prime iniziative di politica estera dell'amministrazione Trump, si pone esplicitamente anche l'obiettivo di diventare una nuova piattaforma di coordinamento diplomatico globale, arrivando potenzialmente a sostituire, secondo le parole dello stesso Trump, un'Organizzazione delle Nazioni Unite giudicata incapace di risolvere i conflitti.
La composizione del nuovo organismo internazionale
Con l'ingresso di Israele, la compagine del Board of Peace per Gaza si allarga a nove membri, comprendendo Argentina, Azerbaigian, Bielorussia, Ungheria, Kazakistan, Marocco, Emirati Arabi Uniti e Vietnam. Una lista eterogenea, che include sia democrazie sia regimi autoritari, accomunati dall'aver ricevuto l'invito personale della Casa Bianca. Trump ha inoltre confermato di aver esteso la partecipazione anche al presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, sebbene fonti locali indichino che Brasilia stia valutando la proposta con una certa prudenza, senza per il momento aver formalizzato alcuna adesione. La convocazione dei capi di Stato e di governo per la firma dello Statuto del Comitato, secondo quanto anticipato, potrebbe avvenire già giovedì a Davos, in margine al Forum Economico Mondiale.
Gli scopi dichiarati e le implicazioni geopolitiche
Il progetto, che nasce con il dichiarato fine di gestire la ricostruzione di Gaza dopo due anni di intensi bombardamenti, intende quindi andare ben oltre la semplice operazione umanitaria, configurandosi come un tentativo di creare un nuovo soggetto della diplomazia mondiale. La critica frontale all'Onu, espressa senza mezzi termini da Trump quando afferma che l'organizzazione "non è mai stata all'altezza del suo potenziale", delinea uno scenario in cui il Board of Peace ambisce a ritagliarsi un ruolo di coordinamento alternativo. L'adesione di Netanyahu, in questo contesto, assume un valore simbolico e politico di primo piano, segnalando un allineamento strategico con l'iniziativa americana e una volontà di partecipare direttamente, e da una posizione di forza, al processo che dovrà definire il futuro della Striscia.
Le reazioni e il quadro d'insieme
Mentre si attendono le reazioni formali degli altri attori regionali direttamente coinvolti, la mossa israeliana chiude un breve ma significativo periodo di ambiguità sull'argomento. L'annuncio arriva in un momento di grande tensione sul terreno, rendendo ancora più complessa la lettura delle dinamiche in corso. L'inclusione nel Board di Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e il Marocco, che hanno normalizzato i rapporti con Israele negli ultimi anni, suggerisce una possibile architettura che bypassa deliberatamente alcuni tradizionali alleati regionali degli Stati Uniti. Il tutto, mentre rimangono del tutto assenti, dall'elenco dei partecipanti, le principali potenze europee e le voci critiche verso l'operato di Israele nella guerra a Gaza.




