Trump invita Netanyahu nel Board for Peace di Gaza, che chiede un miliardo di dollari agli Stati membri
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Redazione Esteri
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L’iniziativa internazionale per Gaza, voluta dal presidente statunitense Donald Trump e nota come "Board of Peace", procede nonostante le prime polemiche. Trump ha infatti esteso personalmente l’invito al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, o a un suo rappresentante, a farne parte. Una mossa che segue di pochi giorni le dichiarazioni critiche del leader israeliano, il quale aveva definito l’annuncio della composizione del comitato direttivo, avvenuto venerdì scorso, come "non coordinato con Israele e contrario alla sua politica". Tuttavia, fonti giornalistiche israeliane riportano che Netanyahu fosse a conoscenza dei nomi scelti dall’amministrazione americana e che la sua presa di posizione pubblica rientrerebbe in un’operazione dettata da mere esigenze di immagine. La questione, di per sé intricata, si inserisce in un quadro più ampio, che vede l’avanzare della macchina diplomatica statunitense mentre si delineano i contorni operativi e finanziari dell’organismo.
Il costo della partecipazione oltre i tre anni
Uno degli aspetti più significativi, emerso da una bozza di statuto riservata, riguarda proprio le condizioni economiche richieste per una partecipazione duratura. Il documento, inviato dall’amministrazione Usa a circa sessanta paesi e visionato da un’agenzia di stampa internazionale, prevede infatti che gli Stati membri contribuiscano con un miliardo di dollari in contanti per poter mantenere l’adesione oltre il triennio iniziale. Una somma considerevole, la cui richiesta getta una luce precisa sulle ambizioni e sui meccanismi di finanziamento che si intendono porre alla base del Board. Secondo quanto si apprende, ogni nazione potrà restare in carica per un massimo di tre anni dall’entrata in vigore della Carta costitutiva, mentre ogni eventuale proroga sarà subordinata alla decisione unilaterale del presidente dell’organismo stesso.
La composizione del board esecutivo
Parallelamente alla questione finanziaria e all’invito a Israele, si è definita anche la lista dei componenti del Gaza Executive Board, l’organo esecutivo annunciato dalla Casa Bianca. Tra i nomi figurano due donne, Reem Al-Hashimy, ministra di Stato per la Cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti, e Sigrid Kaag, l’alta rappresentante olandese per le Nazioni Unite. La loro presenza, significativa in un contesto politico spesso dominato da figure maschili, si affianca a quella di altri rappresentanti di spicco della regione e della finanza globale, come il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e il diplomatico qatariota Ali Al-Thawadi. Una composizione che mira a garantire diverse prospettive e a coinvolgere attori chiave nel complesso mosaico mediorientale.
La struttura e le prerogative dell’organismo
Il Board for Peace, concepito per sostenere la governance transitoria e i futuri piani di ricostruzione della Striscia di Gaza, si configura quindi come un meccanismo ibrido, dove la diplomazia si intreccia a stringenti logiche finanziarie. La clausola del miliardo di dollari per la permanenza oltre il termine ordinario ne suggerisce una natura selettiva e condizionata alla disponibilità economica dei partecipanti, mentre la facoltà di rinnovo affidata al solo presidente accentra notevoli poteri decisionali. L’invito a Netanyahu, peraltro, dimostra la volontà di includere, non senza tensioni, uno degli attori fondamentali del conflitto, anche se le modalità e i tempi di una sua eventuale adesione rimangono al momento oggetto di valutazione.




