Moena, il residuato bellico nell’Avisio e la linea di Bruxelles sul Board of Peace di Trump
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Redazione Esteri
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Nel primo pomeriggio di venerdì 14 febbraio, un residuato bellico risalente presumibilmente alla Seconda Guerra Mondiale è stato rinvenuto a Moena, precisamente lungo l’argine del torrente Avisio e in prossimità del ponte a monte del parcheggio denominato “P. Bore”. L’ordigno, una granata che il tempo aveva reso arrugginita e che la neve nascondeva parzialmente alla vista, è stato prontamente preso in carico dal Nucleo artificieri, il quale, dopo averlo messo in sicurezza, ne ha disposto il brillamento. L’operazione, coordinata dalla Sala operativa provinciale, ha richiesto la chiusura temporanea della SS48 delle Dolomiti per alcuni minuti, un lasso di tempo ritenuto sufficiente per garantire la massima sicurezza e scongiurare qualsiasi potenziale pericolo per la popolazione, in un contesto, va ricordato, già attentamente monitorato per via del dispositivo di sicurezza legato all’evento olimpico.
La posizione dell’Unione Europea: una presenza, non un’adesione
Se in Val di Fiemme l’attenzione era concentrata sulla rimozione di un pericolo inerte sepolto dal tempo, a Bruxelles e Washington il dibattito verteva invece su un ordigno politico di diversa natura, ovvero il “Board of Peace” voluto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. La Commissione Europea, per bocca del portavoce capo Guillaume Mercier, ha chiarito senza ambiguità la natura della partecipazione dell’esecutivo comunitario all’incontro inaugurale dell’organismo, previsto per il 19 febbraio presso la sede del Donald Trump US Institute of Peace. Mercier ha confermato che la commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Suica, sarà presente a Washington, ma il suo intervento, ha specificato il portavoce, si limiterà alla sessione dedicata alla Striscia di Gaza. La precisazione è stata netta: l’Unione Europea, ha tenuto a sottolineare Mercier nel corso del briefing quotidiano con la stampa, non diventerà un membro di questo board, una decisione, questa, maturata ieri in seno alla Commissione e comunicata agli Stati membri attraverso il canale dell’Alta Rappresentante per la Politica estera.
I paletti della Costituzione italiana e la formula dell’osservatore
Sul fronte italiano, la complessa architettura diplomatica che circonda la nascita del Board of Peace si intreccia con questioni di diritto interno. Il governo guidato da Giorgia Meloni, dopo un vertice programmato a Palazzo Chigi con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, ha dovuto confrontarsi con un ostacolo non trascurabile rappresentato dall’articolo 11 della Costituzione. La norma, che consente all’Italia di aderire a organizzazioni internazionali che comportino limitazioni di sovranità, lo fa solo a condizioni di parità con gli altri Stati membri, un requisito che l’attuale statuto del Board of Peace, così come concepito dall’amministrazione Trump, non soddisfa appieno. Da qui la scelta, annunciata dalla presidente del Consiglio, di partecipare all’iniziativa nella veste di “Paese osservatore”, una formula che aggira lo scoglio della piena adesione e che sarà oggetto delle comunicazioni che il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, renderà al Parlamento nella giornata di martedì 17 febbraio, con interventi programmati prima alla Camera e successivamente al Senato.
L’organismo in divenire e la posizione dei membri fondatori
Mentre l’Unione Europea ribadiva il suo ruolo esterno, sebbene partecipe ai lavori, e l’Italia metteva a punto la sua presenza cautelativa, il quadro del Board of Peace si arricchiva di ulteriori dettagli. Donald Trump, nel frattempo, ha reso noto attraverso i suoi canali che i membri dell’organismo hanno già stanziato oltre cinque miliardi di dollari per gli sforzi umanitari e di ricostruzione a Gaza, impegnando inoltre migliaia di unità di personale per quella che viene definita Forza Internazionale di Stabilizzazione. La prima riunione, che si terrà giovedì 19 febbraio, vedrà la partecipazione di delegazioni da oltre venti Paesi; tra i membri fondatori figurano, per quanto riguarda l’Unione Europea, Bulgaria e Ungheria, mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, pur avendo firmato l’adesione del suo Paese, sarà rappresentato dal ministro degli Esteri Gideon Saar. Resta da definire, infine, chi guiderà la rappresentanza italiana a Washington, con l’ipotesi della presenza diretta di Tajani al momento considerata la più probabile, sebbene non sia del tutto esclusa la possibilità che sia la stessa Meloni a raccogliere l’invito. La vigilanza del Quirinale, con il presidente Sergio Mattarella che avrebbe chiesto chiarimenti sulle mosse dell’esecutivo, conferma la delicatezza di una scelta che deve bilanciare l’impegno internazionale con i principi sanciti dalla Carta costituzionale.




