La Germania dice no al Board of peace di Trump, Merz non andrà a Washington e Meloni si adegua
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Redazione Interno
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La risposta di Berlino è arrivata puntuale, secca e inequivocabile, quasi un Nein danke formulato nei corridoi del potere tedesco per spegnere sul nascere qualsiasi suggestione, e pure quelle diffuse da Roma, circa un possibile coinvolgimento del governo guidato da Friedrich Merz nel Board of Peace voluto da Donald Trump. Fonti vicine al cancelliere hanno fatto sapere, in maniera talmente netta da non lasciar spazio a interpretazioni, che la Germania non parteciperà in alcuna veste al nuovo organismo di governance mondiale che il presidente americano ha costruito intorno alla questione di Gaza: “né come partecipante, né come osservatore” è la formula utilizzata per blindare una posizione che affonda le proprie radici in motivazioni costituzionali, quelle stesse che già a Davos, lo scorso gennaio, erano state evocate dallo stesso Merz in conferenza stampa assieme a Giorgia Meloni. Il cancelliere, di conseguenza, giovedì non sarà a Washington per la riunione inaugurale del consesso, e questa rinuncia, che di fatto rappresenta un passo indietro dell’asse tedesco-italiano che pure si era mostrato coeso nelle settimane scorse, ha inevitabilmente condizionato la premier italiana, la quale ha dovuto prendere atto che senza Berlino, l’avventura americana diventava un’operazione solitaria e politicamente assai più complessa da vendere all’opinione pubblica interna e al suo stesso elettorato.
Un’astensione di peso che ridisegna gli equilibri
La decisione di Merz, che pure aveva manifestato a Trump una disponibilità personale a sedere a quel tavolo a patto che si occupasse davvero del dopo-guerra a Gaza e del disarmo di Hamas, è maturata dopo un esame approfondito della struttura dell’organismo così come è stata delineata dall’amministrazione statunitense. Il problema, per i giuristi tedeschi, risiede proprio nell’architettura del Board, nei suoi meccanismi di governance che mal si conciliano con la Legge fondamentale di Bonn, e questa valutazione tecnica ha fornito la copertura politica per un disimpegno che altrimenti avrebbe potuto apparire come una crepa nell’alleanza transatlantica. La telefonata tra Merz e Meloni c’è stata, i contatti sono definiti “continui” dalle stesse fonti, ma la sostanza non cambia: il cancelliere non si muoverà da Berlino e, a quel punto, per la presidente del Consiglio italiano sarebbe stato politicamente impensabile presentarsi da sola all’appuntamento, quasi come una scudiera fedele di Trump in un’Europa che, invece, mostra il fianco scoperto e diviso.
L’Italia opta per un ruolo defilato di osservatore
Se Berlino chiude la porta, Roma sceglie la finestra, quella di un osservatorio laterale che le consenta di non uscire completamente dal campo visivo di Washington ma nemmeno di sfilarsi del tutto da un’iniziativa che, al momento, vede tra i paesi Ue solo Bulgaria e Ungheria schierati in prima fila. Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ha precisato che l’Italia parteciperà alla riunione di giovedì, ma con lo status di osservatore, esattamente come farà la Commissione europea, e la motivazione ufficiale riprende quasi pedissequamente le perplessità tedesche: anche l’articolo 9 dello statuto del Board, spiegano alla Farnesina, presenta profili di contrasto con la Carta costituzionale italiana. Una posizione, questa, che Meloni ha ribadito in un’intervista al Corriere della Sera, definendo la soluzione dell’osservatore “una buona soluzione” per seguire il dossier mediorientale senza però sconfinare in un terreno minato da ostacoli giuridici interni. E mentre il vicepremier leghista Matteo Salvini continua a spingere per un’intesa più stretta con l’amministrazione Trump, evocando scenari di cooperazione ben più ampi, il governo si muove sul filo di un equilibrio precario, cercando di non scontentare né gli alleati storici né il nuovo sceriffo della Casa Bianca.
I numeri del Board e l’ombra lunga del conflitto
A Washington, intanto, i preparativi per il vertice procedono spediti e Donald Trump, dal suo scranno di presidente e fondatore del Board of Peace, ha già annunciato numeri da capogiro per convincere gli scettici: oltre cinque miliardi di dollari già impegnati dai membri dell’organismo per la ricostruzione di Gaza e la stabilità dell’area, migliaia di uomini pronti a confluire in una Forza internazionale di stabilizzazione che dovrebbe affiancare la polizia locale. Sono più di venti i paesi che hanno aderito all’iniziativa, tra cui Israele, rappresentato dal ministro degli Esteri Gideon Saar visto che Benjamin Netanyahu non sarà presente, e una pletora di nazioni che vanno dall’Albania all’Argentina, da Cipro alla Romania, mentre le grandi potenze europee continentali, fatta eccezione per l’asse bulgaro-ungherese, restano ai box in attesa di capire quale direzione prenderà davvero questo nuovo consesso. E mentre la macchina diplomatica si mette in moto, dalla striscia di Gaza continuano ad arrivare notizie di scontri e vittime, con l’esercito israeliano che ha condotto attacchi contro presunte cellule di Hamas, una rappresaglia che segue il lancio di razzi e che riaccende la polveriera proprio mentre si dovrebbe parlare di pace. Un paradosso, forse solo apparente, che getta un’ombra lunga sulla riunione di giovedì e sulla reale capacità del Board di incidere sul terreno, al di là delle dichiarazioni roboanti e dei miliardi stanziati.
Description: La Germania dice no al Board of Peace di Trump. Merz non parteciperà e Meloni segue la scelta, optando per un ruolo di osservatore a Washington.




