Il Board of peace e il ruolo da osservatore, Tajani incassa il sì della Camera tra le polemiche

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La presenza dell’Italia al tavolo di Washington per la prima riunione del Board of peace, l’organismo voluto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per gestire la ricostruzione di Gaza e, potenzialmente, altre crisi internazionali, non era in dubbio, eppure il dibattito parlamentare di oggi ha confermato quanto questa scelta continui a dividere. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha ottenuto dall’aula della Camera un chiaro sostegno alla linea del governo, con 183 voti favorevoli a una risoluzione di maggioranza che appoggia la partecipazione italiana in veste di osservatore; dall’altro lato, il centrosinistra ha incassato 123 sì al proprio testo unitario, che chiedeva invece una netta presa di distanza dall’iniziativa, ma i 176 voti contrari e i tre astenuti ne hanno sancito la bocciatura -9.

Il nodo della questione, per le opposizioni, non è meramente procedurale ma di sostanza, e investe il rapporto tra la nostra Carta fondamentale e un’iniziativa diplomatica che molti giudicano eccentrica rispetto al diritto internazionale. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, in un intervento durissimo, ha accusato l’esecutivo di tentare di aggirare un preciso divieto costituzionale giocando con le parole, proprio facendo leva sulla formula diplomatica dell'”osservatore”. Secondo la leader dem, il Board of peace rappresenterebbe un tentativo di smantellare le regole del multilateralismo condiviso per sostituirle con la mera legge del più forte, e in questo quadro la Costituzione italiana non sarebbe un fastidio ma l’ultimo argine a difesa della sovranità popolare e della pari dignità delle nazioni -7.

Non meno dure le reazioni giunte da altre forze di opposizione, che in aula hanno definito quella del governo una scelta incomprensibile se non addirittura moralmente discutibile. Nicola Fratoianni, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha parlato di “incredibile superficialità” da parte di Tajani, sottolineando come la natura del Board sia a suo dire inaccettabile: un’accolita di speculatori che, in modo nemmeno troppo velato, annunciano il loro disegno su un territorio martoriato, mentre ai palestinesi viene negato qualsiasi protagonismo politico -5. Sulla stessa lunghezza d’onda Davide Faraone di Italia Viva, il quale, con una metafora volutamente provocatoria, si è chiesto cosa vada a fare l’Italia in quel consesso se non a fare i “guardoni”, contribuendo – ha aggiunto – a sfasciare l’Europa più che a costruire una pace giusta -1.

I dubbi del Colle e la formula dell’osservatore

A rendere la partita ancora più delicata, e a spiegare la scelta della formula interlocutoria dell'”osservatore”, sono le perplessità espresse dal Quirinale nelle scorse settimane. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, pur nel rispetto delle prerogative del governo in materia di politica estera, avrebbe sollevato più di un dubbio sulla compatibilità di un’adesione piena al Board con l’articolo 11 della Costituzione, che consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità con gli altri Stati e per favorire organizzazioni internazionali volte a promuovere la pace e la giustizia fra le nazioni. Di qui la necessità, per Palazzo Chigi, di trovare una quadra che consentisse all’Italia di esserci senza però firmare un assegno in bianco a un’iniziativa percepita come troppo sbilanciata sugli interessi americani -10.

Antonio Tajani, nel suo intervento in aula, ha ribaltato la narrazione, sostenendo che l’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe stata non solo politicamente incomprensibile ma anche contraria allo spirito stesso del dettato costituzionale. Una posizione, la sua, che punta a valorizzare il ruolo di Roma come ponte naturale tra le due sponde del Mediterraneo, forte dei buoni rapporti sia con Israele sia con l’Autorità Nazionale Palestinese, un capitale diplomatico che, nelle intenzioni del ministro, va speso proprio nei consessi in cui si decide il futuro della regione -10. Il riferimento è anche al ruolo che l’Italia potrebbe giocare nella fase di ricostruzione materiale della Striscia, un capitolo su cui Tajani insiste da tempo e che vede come un’opportunità per dare concretezza all’impegno italiano per la stabilizzazione -2.

Il contesto internazionale e l’isolamento europeo

La mossa italiana, però, si inserisce in un quadro europeo tutt’altro che compatto, e questo non fa che alimentare le critiche di chi vede in questa scelta un’ulteriore prova di subalternità alla Casa Bianca. Nessun grande paese del G7, infatti, ha aderito al Board of peace, e la Germania ha già fatto sapere che il cancelliere Friedrich Merz non parteciperà all’incontro di Washington -9. La stessa Unione Europea ha chiarito di non voler diventare membro dell’organismo, limitandosi a una presenza tecnica con la commissaria Dubravka Suica, incaricata per le politiche del Mediterraneo: una presenza, quella di Bruxelles, che non implica un’adesione formale al progetto voluto da Trump, ma che serve a monitorare da vicino un’iniziativa destinata comunque ad avere ricadute sull’intera regione -10. L’Italia, dunque, si trova in una posizione defilata ma comunque esposta, con la maggioranza che rivendica la scelta di esserci per non restare ai margini e le opposizioni che gridano allo scandalo, in un dibattito che nei prossimi giorni è destinato a infiammarsi ulteriormente in vista del vertice di giovedì a Washington -9.

I numeri del Board e il voto parlamentare

La giornata politica si è conclusa con i numeri netti di Montecitorio: 183 sì alla risoluzione di maggioranza che sostiene il governo nella sua partecipazione come osservatore, 122 i contrari, mentre il testo alternativo del centrosinistra si è fermato a 123 voti favorevoli, con 176 contrari e tre astenuti -9. Al di là degli schieramenti, resta il fatto che l’iniziativa americana continua a suscitare perplessità in larga parte dello schieramento politico e in molte capitali europee, per via di una governance che appare fortemente centrata sulla figura del presidente Trump e su una logica che sa più di rapporti di forza che di diplomazia condivisa. Nel pomeriggio, intanto, è atteso un vertice di maggioranza a Palazzo Chigi con Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Maurizio Lupi, per fare il punto anche sul decreto energia, ma il nodo principale, quello del Board of peace e del ruolo che l’Italia intende giocare a Gaza, resta aperto e denso di implicazioni.

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