Il Pd attacca: "Meloni non partecipi al Board of peace, rischia di umiliare l'Italia"

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il fronte delle opposizioni, con il Partito Democratico in prima fila, torna a premere sull’acceleratore in merito alla delicata partita internazionale legata al Board of peace per Gaza, l’organismo voluto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per la ricostruzione della Striscia. Francesco Boccia, capogruppo del Pd a Palazzo Madama, ha rilanciato l’allarme con una netta presa di posizione, invitando la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a fermarsi. La partecipazione dell’Italia, anche nella sola veste di osservatore, rischierebbe di configurare una violazione della nostra Carta fondamentale, segnatamente dell’articolo 11, che ripudia la guerra e consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni. Il nodo, per Boccia e per buona parte dello schieramento progressista, risiede nella natura stessa del Board: non si tratta di una sede multilaterale nata da una convenzione internazionale, bensì di un’iniziativa privatistica, una sorta di consiglio di amministrazione presieduto da Trump, che opera al di fuori del perimetro delle Nazioni Unite -2-3-8.

Il nodo costituzionale e la spaccatura europea

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nel tentativo di smussare le critiche, ha provato a circoscrivere la portata della presenza italiana, chiarendo che lo statuto del Board, all’articolo 9, presenta effettivamente profili di incompatibilità con l’ordinamento italiano, e che pertanto la partecipazione non potrà che limitarsi a quella di semplice osservatore, sulla falsariga di quanto farà anche la presidenza di turno cipriota dell’Unione europea. Una precisazione, la sua, che però non ha placato gli animi a sinistra, dove si sottolinea come la stessa Unione Europea partecipi in ordine sparso: se Ungheria e Bulgaria siederanno tra i membri effettivi, e Italia, Grecia, Romania e Cipro figureranno come osservatori, la Commissione europea, con la commissaria Dubravka Suica, sarà presente senza un mandato formale da parte del Consiglio, un aspetto, quest’ultimo, che ha sollevato piuttosto perplessità in diverse cancellerie. La Kallas, alto rappresentante per la politica estera, aveva peraltro già espresso più di una riserva, sottolineando come l’iniziativa americana si discosti dall’impianto originario della risoluzione Onu su Gaza, cancellando di fatto il ruolo della componente palestinese e operando senza un orizzonte temporale definito.

Le reazioni delle opposizioni e i rilievi sul metodo

Le critiche, va detto, non si limitano al merito costituzionale. Enzo Amendola, capogruppo dem in commissione Esteri, ha bollato il Board come una sorta di società privata a metà tra un’operazione immobiliare e un disegno politico personale di Trump, ricordando che i membri effettivi, tra cui figurano nomi come Jared Kushner e Tony Blair, verserebbero cifre miliardarie per partecipare. Da qui l’accusa al governo di un atteggiamento acritico e servile, con la Meloni pronta a svendere la tradizione diplomatica italiana, quella del multilateralismo e della solidarietà, per compiacere l’inquilino della Casa Bianca. Arturo Scotto, sempre del Pd, ha parlato di furbizia come metodo di governo e di sovversivismo nei confronti della Costituzione, mentre Matteo Ricci ha definito l’iniziativa una vera e propria pagliacciata, che di fatto privatizza le relazioni internazionali e sostituisce l’Onu con un club di fanatici e affaristi.

Il pressing in Parlamento e la posizione del governo

Sul piano parlamentare, l’opposizione sta lavorando a una risoluzione unitaria – che dovrebbe coinvolgere M5S, Avs, Italia Viva e Più Europa – per impegnare l’esecutivo a non legittimare in alcuna forma le attività del Board, neppure indirettamente. Azione, pur condividendo la contrarietà, ha predisposto un proprio documento in cui si chiede al governo di operare di concerto con i partner Ue affinché il piano per Gaza non diventi un alibi per quelle che vengono definite mire affaristiche e predatorie. Tajani, nel frattempo, ha annunciato che riferirà alle Camere, cercando di spiegare le ragioni di una scelta che, nelle intenzioni dell’esecutivo, vorrebbe mantenere un profilo di impegno umanitario in una regione dove l’Italia ha portato soccorsi e accolto profughi. Boccia, tuttavia, insiste: il governo, a suo dire, dovrebbe dire un no secco, perché di fronte a un nazionalismo aggressivo come quello americano, l’unica strada per non umiliare il Paese è quella di riaffermare con chiarezza i principi costituzionali e la fedeltà a un sistema di regole condivise.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.