L’Italia al Board of peace, una scelta tra realpolitik e dubbi di costituzionalità
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Redazione Interno
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La partita per il futuro di Gaza si gioca ora su un tavolo voluto e presieduto da Donald Trump, e l’Italia, dopo settimane di interlocuzioni e qualche tentennamento, ha formalizzato la propria presenza. Sarà comunque una partecipazione con un profilo basso, quello dell’osservatore, una soluzione di compromesso che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha dovuto mediare con i vincoli dettati dalla Carta costituzionale e con le inevitabili tensioni che la scelta ha generato nel panorama politico interno. A comunicare la decisione nelle aule parlamentari è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, chiarendo che l’Italia non siederà tra i membri effettivi del Board of Peace, l’organismo voluto dall’inquilino della Casa Bianca per sovrintendere alla ricostruzione e alla governance della Striscia, ma ne seguirà i lavori accanto ad altri soggetti, come la Commissione Europea. Una posizione che il governo rivendica come equilibrata, perché consentirebbe a Roma di non restare esclusa da un confronto cruciale per gli equilibri mediterranei, senza però varcare il limite che la legge fondamentale dello Stato impone in materia di limitazioni di sovranità.
I nodi costituzionali e la formula dell’osservatore
Il nodo che ha impedito un’adesione piena all’iniziativa americana è di natura squisitamente giuridica e risiede, come spiegato dallo stesso Tajani, nell’articolo 9 dello statuto del Board. Una previsione, quella contenuta nel documento istitutivo, che entrerebbe in collisione con l’articolo 11 della Costituzione italiana, il quale consente di accettare limitazioni di sovranità unicamente a condizioni di parità con gli altri Stati e per perseguire finalità di pace e giustizia fra le nazioni. La formula dell’osservatore è parsa quindi, agli occhi dell’esecutivo, la più percorribile per aggirare lo scoglio senza pregiudicare la presenza italiana a un consesso che si appresta a discutere di aiuti, investimenti e stabilizzazione in un’area geograficamente vicina e strategicamente sensibile. Tajani, nel riferire alle commissioni Esteri e Difesa della Camera, ha sottolineato come l’assenza dal tavolo sarebbe stata politicamente miope e contraria allo spirito dell’articolo 11, che repudia la guerra ma impone all’Italia di partecipare attivamente alla costruzione di architetture di pace. Il governo, insomma, rivendica una scelta di campo motivata dall’interesse nazionale, citando il contributo già fornito alla popolazione gazawa e la disponibilità a formare le nuove forze di polizia palestinesi, un impegno che i carabinieri italiani potrebbero concretizzare sul campo, come già avviene al valico di Rafah.
Le reazioni dell’opposizione e la spaccatura europea
La mossa del governo non ha mancato di sollevare un coro di critiche pressoché unanime da parte delle opposizioni, che leggono la partecipazione italiana, seppur limitata, come un atto di sudditanza nei confronti dell’amministrazione Trump. I parlamentari del Movimento Cinque Stelle hanno parlato di un’Italia degradata a "vassallo" degli Stati Uniti, rilevando come Roma rischi di essere l’unica grande nazione dell’Europa occidentale e del G7 a sedere a quel tavolo, in compagnia di paesi come Albania, Ungheria e Cipro. Il Partito Democratico, attraverso la voce della sua segretaria Elly Schlein e del vicepresidente della Camera Anna Ascani, ha denunciato quella che definiscono una subordinazione politica, accusando Meloni di voler compiacere Washington a scapito della dignità e della tradizione diplomatica del paese. Persino il co-leader di Avs, Nicola Fratoianni, ha liquidato il Board come un gigantesco comitato d’affari, bollandone la natura e giudicando inaccettabile qualsiasi forma di coinvolgimento. A rendere il quadro ancora più complesso è la frattura che si è aperta in ambito europeo: mentre l’Italia partecipa, seppur da osservatore, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha fatto sapere di non voler essere presente a Washington, e altre capitali storiche dell’Unione, come Parigi e Londra, hanno finora declinato l’invito, alimentando il sospetto di un’iniziativa che procede in ordine sparso.
L’organismo voluto da Trump tra fondi e adesioni
Dietro le quinte, intanto, l’amministrazione Trump continua a tessere la tela del Board of Peace, un’iniziativa che il presidente ha svelato ufficialmente a Davos e che vede alla presidenza lo stesso Trump, affiancato da fedelissimi come il segretario di Stato Marco Rubio, il genero Jared Kushner e l’inviato Steve Witkoff, accanto a figure note della finanza e della politica internazionale come l’ex premier britannico Tony Blair e il presidente della Banca Mondiale, Ajay Banga. Lo stesso Trump ha annunciato, attraverso il suo profilo Truth Social, che i paesi membri avrebbero già versato o garantito oltre cinque miliardi di dollari per la ricostruzione, impegnando anche migliaia di uomini per quella International Stabilization Force che dovrebbe affiancare la polizia locale nella gestione dell’ordine pubblico. Un pacchetto di aiuti e di uomini che il tycoon presenta come la base per trasformare le macerie di Gaza in qualcosa di completamente diverso, anche se i dettagli operativi e il coordinamento con le altre agenzie internazionali restano ancora da definire. Tra i membri effettivi figurano, oltre a Israele rappresentato dal ministro degli Esteri Gideon Saar, anche l’Ungheria di Viktor Orbán e l’Argentina di Javier Milei, mentre l’Italia, appunto, osserverà dalla finestra, cercando di far sentire la propria voce senza però entrare formalmente nell’organigramma.




