Il nodo dello statuto frena l'Italia sul Board of Peace voluto da Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La cerimonia di lancio a Davos, nella quale ha trovato posto, tra i principali paesi europei, solo l’Ungheria di Viktor Orbán, ha reso palese una diffusa cautela continentale, mentre Roma, dopo un iniziale interesse, ha deciso di prendere tempo. La posizione italiana, per come è stata delineata in una nota riservata di Fratelli d’Italia circolata tra i parlamentari, si regge su un punto sostanziale: l’impossibilità di valutare compiutamente un organismo internazionale senza conoscerne le regole fondative. "La qualificazione giuridica non è ancora possibile da definire con precisione, in assenza di un accesso allo statuto", si legge nel documento, il quale, pur riconoscendo alcuni aspetti interessanti della proposta del presidente americano, sottolinea come la mancata adesione non debba essere interpretata come una chiusura pregiudiziale, bensì come un atto di dovuta prudenza.

Un gomitolo da dipanare tra Roma e Davos

La circostanza, per molti versi inedita, di dover esprimere un parere su un’iniziativa di rilievo globale senza averne scrutinato il testo istitutivo, ha creato non poche perplessità nelle fila della maggioranza, costringendo il partito di governo a chiarire la propria linea con un dossier interno di quattro pagine. In quel rapporto, definito esplicitamente non adatto alla diffusione pubblica, si cerca di mettere ordine in quelle che erano apparse, nelle ore precedenti, come letture divergenti e mezze certezze, ribadendo che il governo mantiene "una posizione di attenzione e apertura". Si tratta, in buona sostanza, di una sospensione del giudizio, dettata dalla mancanza degli elementi fondamentali per una scelta ponderata, la quale rispecchia, del resto, la sostanziale assenza europea dalla cerimonia di adesione in Svizzera.

La cautela di Roma e il vuoto europeo

La prudenza italiana, che si traduce in un temporeggiamento strategico, si inserisce in un quadro diplomatico più ampio, dove la freddezza degli altri partner dell’Unione, con la rilevante eccezione di Budapest, è un dato di fatto eclatante. Tale atteggiamento collettivo, per quanto non coordinato, pone di fronte a un interrogativo non secondario riguardo alla futura operatività del Board, il cui successo dipenderà inevitabilmente dalla capacità di coinvolgere attori di primo piano sulla scena mondiale. La nota di Fratelli d’Italia, nel tentativo di rispondere alle critiche delle opposizioni, insiste sulla necessità di vedere il documento programmatico, quasi a voler marcare una distinzione netta tra un sano scetticismo procedurale e un rifiuto di principio della proposta statunitense.

Il dossier riservato e la linea di "apertura"

Il linguaggio utilizzato nel testo destinato ai soli parlamentari della maggioranza è quello tipico della diplomazia, dove le sfumature contano più delle dichiarazioni plateali: si parla infatti di "attenzione", di "apertura" e della constatazione che l’organismo "presenta alcuni aspetti interessanti per il nostro Paese". Sono affermazioni che, se da un lato lasciano intravedere una possibile adesione futura, dall’altro fissano un paletto chiaro, ovvero la precondizione della trasparenza sulle regole di funzionamento. La palla, a questo punto, passa agli estensori dello statuto, chiamati a sciogliere i molti dubbi sollevati non solo a Roma, ma nelle capitali di gran parte del Vecchio Continente, le quali hanno preferito, per il momento, osservare da lontano.

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