Il Board of Peace di Trump, l’Italia dice sì come osservatore tra le polemiche

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sarà un organismo dalla struttura piramidale, con al vertice Donald Trump in persona, a supervisionare il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e, almeno stando alle intenzioni dichiarate dal presidente americano dopo il suo insediamento, a occuparsi in futuro della risoluzione dei conflitti globali. Si chiama Board of Peace, Consiglio di Pace nella traduzione italiana, e la sua prima sessione inaugurale è attesa per giovedì 19 febbraio a Washington, presso l’US Institute of Peace che recentemente è stato intestato proprio a Trump. Un’iniziativa che, se da un lato raccoglie l’adesione di circa trenta Paesi – tra cui Israele, la cui firma è stata apposta dal primo ministro Benjamin Netanyahu nel corso della sua recente visita negli Stati Uniti –, dall’altro vede la defezione di molti alleati tradizionali dell’America, a cominciare dalle grandi capitali europee -1-8.

In questo quadro di adesioni cautelose e rifiuti illustri – la Francia di Emmanuel Macron ha detto no, così come la Germania di Friedrich Merz e la Spagna – l’Italia ha scelto una formula ibrida. Il governo guidato da Giorgia Meloni parteciperà ai lavori, ma non come membro effettivo bensì in qualità di Paese osservatore, uno status condiviso con altri tre soggetti: la Commissione europea, rappresentata dalla commissaria al Mediterraneo Dubravka Šuica, la Grecia, Cipro e la Romania -2-7. Una decisione, quella comunicata alla Camera dal ministro degli Esteri Antonio Tajani nel corso di un pomeriggio ad alta tensione parlamentare, che ha immediatamente inasprito il confronto con le opposizioni, le quali hanno presentato una risoluzione unitaria per chiedere al governo di non partecipare “in qualunque forma” all’organismo voluto dalla Casa Bianca -5.

Le ragioni della presenza italiana e il nodo della Costituzione

La scelta della formula dell’osservatore, come spiegato dallo stesso Tajani nell’Aula di Montecitorio, non è casuale ma risponde a precisi vincoli di natura giuridica. L’articolo 11 della Costituzione italiana, infatti, consente limitazioni di sovranità a favore di organizzazioni internazionali solo a condizione che queste avvengano in “condizioni di parità con gli altri Stati”. Lo statuto del Board of Peace, invece, attribuisce al presidente americano – nella sua veste di Chairman – poteri determinanti, come il voto decisivo in caso di parità, la facoltà di ammettere o espellere i membri e quella di modificare l’assetto dell’organismo -4. Una governance, questa, che è parsa incompatibile con il dettato costituzionale, rendendo impraticabile un’adesione piena che avrebbe richiesto una legge di ratifica parlamentare. Da qui l’escamotage dello status di osservatore, che consente all’Italia di sedere al tavolo – un tavolo dal quale, ha rivendicato il titolare della Farnesina, sarebbe stato “politicamente incomprensibile” restare assenti, visti gli sforzi profusi da Roma fin dall’inizio della crisi e l’impegno nella formazione delle forze di sicurezza palestinesi – senza tuttavia sottoscrivere formalmente uno statuto giudicato non perfettamente allineato ai principi fondamentali -2.

A sostenere la necessità della presenza italiana, sia pure con questo ruolo defilato, è stata l’intera maggioranza. Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, ha respinto le accuse di “subalternità” a Washington, sottolineando come l’Italia rivendichi da tempo un protagonismo nel Mediterraneo e che chiamarsi fuori proprio ora, mentre si cerca di dare attuazione a una risoluzione delle Nazioni Unite – la numero 2803 del Consiglio di Sicurezza, che a novembre ha autorizzato il board – sarebbe stato un atto di incoerenza rispetto al lavoro svolto sul campo, dagli aiuti umanitari alla presenza dei carabinieri a Rafah -5-8. Un ragionamento, quello del governo, che punta a distinguere tra un’adesione formale a un meccanismo dai tratti inediti e la volontà di non rinunciare a un ruolo attivo in una fase così delicata per gli equilibri regionali, dove transitano interessi economici cruciali come il 40 per cento dell’export italiano attraverso il Mar Rosso -2.

Le critiche delle opposizioni: “Un organismo che aggira l’Onu”

Sul fronte opposto, la reazione non si è fatta attendere e ha assunto toni particolarmente accesi. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha parlato di una scelta che di fatto aggira un preciso divieto costituzionale, “giocando con le parole” per legittimare un’entità che si pone come alternativa al tradizionale quadro multilaterale incentrato sulle Nazioni Unite -2. Un’accusa, questa, ripresa e amplificata da tutti i firmatari della risoluzione unitaria di centrosinistra e Movimento Cinque Stelle: Giuseppe Conte ha definito il board come una costruzione basata non sul diritto internazionale ma su “logiche proprietarie e affaristiche”, mentre Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi e Sinistra ha sottolineato come manchi qualsiasi riferimento, nelle comunicazioni del ministro, alla situazione in Cisgiordania e all’espansione degli insediamenti, quasi che il processo di pace potesse essere ridotto alla sola ricostruzione materiale di Gaza -2-5.

Al centro della contestazione, oltre alla questione formale della compatibilità con la Carta, vi è la sostanza politica dell’operazione. Molti dei Paesi che hanno rifiutato l’invito – tra cui, oltre a quelli citati, anche il Belgio, l’Irlanda e la Slovenia – hanno motivato la loro scelta proprio con la preoccupazione che questa iniziativa finisca per indebolire il ruolo dell’Onu e del suo Consiglio di Sicurezza, moltiplicando i tavoli e frammentando il diritto internazionale -7. L’Italia, in questa lettura, finirebbe per allinearsi a un’iniziativa che, complice anche la richiesta di un contributo di un miliardo di dollari per i membri effettivi (una sorta di quota di accesso che ha fatto definire il board come un “club pay-to-play” da più parti), rischia di delegittimare gli organismi esistenti senza offrire in cambio una reale garanzia di efficacia e imparzialità -8. Un timore, quest’ultimo, reso ancora più vivido dall’assenza di un rappresentante palestinese tra i membri dell’organismo, un’assenza che rischia di minare alla radice qualsiasi tentativo di mediazione credibile.

Il contesto internazionale e l’isolamento europeo

La posizione assunta dall’Italia, tuttavia, non è isolata nel panorama europeo, ma certamente la colloca in una nicchia ristretta. Accanto ai quattro osservatori, solo Ungheria e Bulgaria hanno segnalato l’intenzione di aderire pienamente al progetto di Trump, mentre la stragrande maggioranza dei partner Ue ha scelto la strada del rifiuto o, come nei casi di Austria e Paesi Bassi, di una cauta attesa -7. Un quadro che evidenzia un solco crescente tra la linea atlantista del governo Meloni – che pure aveva inizialmente mostrato qualche cautela, tanto da escludere un viaggio della stessa premier a Washington per la riunione, che sarà probabilmente presidiata da Tajani o da un esponente di rango – e la posizione più prudente di Bruxelles e di capitali come Berlino e Parigi, dove prevale la preoccupazione per un’iniziativa giudicata opaca e potenzialmente lesiva del multilateralismo -5-9.

Del resto, lo stesso Servizio europeo per l’azione esterna, in un documento riservato, aveva sollevato più di una perplessità sulla carta del board, evidenziando criticità relative alla sua governance e alla compatibilità con i principi costitutivi dell’Unione. Eppure, la Commissione ha comunque deciso di inviare un proprio rappresentante, nella persona della commissaria Šuica, una figura di profilo non altissimo che parteciperà ai colloqui sulla ricostruzione di Gaza senza tuttavia formalizzare un’adesione -7. Una scelta, quella della Commissione, che cerca un difficile equilibrio tra la necessità di non essere del tutto assenti da un dossier cruciale come quello mediorientale e la volontà di non avallare un meccanismo che molti, dentro e fuori le istituzioni europee, considerano una minaccia per l’ordine internazionale fondato sulle regole.

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