Meloni e il nodo del Board of peace, il governo temporeggia mentre l'opposizione chiede chiarezza
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Redazione Esteri
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La notizia, lanciata direttamente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di un impegno italiano verso il cosiddetto Board of Peace per la ricostruzione di Gaza ha scatenato un immediato putiferio politico, costringendo il governo a destreggiarsi tra le pressioni dell'alleato d'oltreoceano e le rigidità della cornice costituzionale nazionale. La questione, come spesso accade, è esplosa in Parlamento attraverso una interrogazione urgente, nella quale è stato chiesto con forza alla presidente del Consiglio di fare chiarezza su quanto promesso a Washington, considerando che un'adesione formale a quel organismo – che include figure controverse – potrebbe rappresentare, secondo alcuni, una palese violazione dei principi fondamentali. Nel frattempo, a Davos, il genero di Trump Jared Kushner illustrava con toni da promotore immobiliare la sua visione per una "nuova Gaza", fatta di grattacieli e complessi turistici sulla spiaggia, un progetto che, a suo dire, potrebbe vedere la luce in soli tre anni nonostante la catastrofe umanitaria in corso.
Il dossier riservato e le parole non dette
Mentre dalle opposizioni si alza un coro di proteste, che definiscono l'ipotesi di adesione un atto intollerabile e un'offesa alle Camere, la maggioranza naviga a vista. Ai parlamentari di Fratelli d'Italia, evidentemente disorientati dalla mancanza di una linea ufficiale, è stato infatti recapitato un dossier riservato di quattro pagine, il quale, pur ammettendo un certo interesse per l'iniziativa americana, sottolinea come lo statuto del Board non sia stato ancora esaminato nei dettagli. Una presa di tempo, questa, che tradisce le notevoli perplessità che l'operazione solleva all'interno dello stesso esecutivo, stretto tra la volontà di non deludere Trump e la necessità di rispettare vincoli legali stringenti, i quali – come riportato – bloccherebbero di fatto una partecipazione diretta dell'Italia.
Lo scenario internazionale e le sue ombre
Il Board of Peace, battezzato ufficialmente a Davos con la firma del suo statuto, si propone come un organo di supervisione internazionale per le crisi, a partire dalla futura Striscia di Gaza. La sua composizione, però, non è affatto scontata e già genera attriti: l'adesione immediata del primo ministro ungherese Viktor Orbán, insieme all'apertura verso la Russia, crea non pochi grattacapi diplomatici agli europei, costretti a misurarsi con un'iniziativa che sembra voler bypassare i tradizionali canoni multilaterali. Kushner, presentando il masterplan, ha dipinto un quadro di sviluppo economico rapido e redditizio, parlando di quella fascia di terra come di un "bel pezzo di proprietà" dal valore immenso, una retorica che stride profondamente con la realtà dei fatti sul campo, dove le operazioni militari proseguono e il numero delle vittime, di cui è doveroso non fornire dettagli macabri, continua a salire.
L'attesa di una risposta che tarda ad arrivare
Il cuore della polemica resta dunque politico e si concentra sull'assenza di comunicazione tra il governo e il Parlamento. L'interrogazione parlamentare incalza, chiedendo conto di eventuali impegni assunti in sede internazionale senza il preventivo coinvolgimento delle Camere, in un'ottica di trasparenza che sembra essere venuta meno. L'esecutivo, dal canto suo, continua a temporeggiare, rifugiandosi dietro la necessità di uno studio approfondito dei documenti, mentre il partito di maggioranza si limita a distribuire ai suoi membri rapporti confidenziali che poco chiariscono la sostanza del problema. Quel che è certo è che la pressione, sia da Washington che dall'aula di Montecitorio, è destinata ad aumentare, lasciando sempre meno spazio per ambiguità e tergiversazioni su una materia così delicata e carica di implicazioni.




