Il Board of peace tiene la sua prima riunione, Tajani vola a Washington come osservatore

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si tiene oggi, all’United States Institute of Peace della capitale statunitense – istituto che di recente è stato rinominato per intitolarlo all’attuale inquilino della Casa Bianca – la riunione inaugurale del Board of Peace, l’organismo internazionale voluto da Donald Trump per sovrintendere all’attuazione del suo piano in venti punti per la Striscia di Gaza. Un appuntamento, quello nella sede dell’istituto washingtoniano, che segna il primo banco di prova per questa creatura politica a forte trazione americana, chiamata a tradurre in atti concreti le ambizioni di ricostruzione dell’enclave palestinese, distrutta da mesi di conflitto. All’incontro, che vedrà la partecipazione di una trentina di capi di Stato e di governo, parteciperà per l’Italia il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale rappresenterà il nostro Paese non come membro effettivo, bensì nella veste di osservatore, una formula, questa, studiata per aggirare i limiti imposti dalla Costituzione, che all’articolo 11 vincola la cessione di sovranità a condizioni di parità con gli altri Stati. Una condizione, quella della parità, che lo statuto del Board, presieduto da Trump con poteri estesi che includono il diritto di veto e il controllo dell'agenda, non sarebbe in grado di garantire -2-5.

L’architettura del Board e il nodo dei finanziamenti

Il Board of Peace, la cui istituzione è stata avallata lo scorso novembre dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 2803, si presenta come un organismo dal mandato ambivalente -1-8. Da un lato, esso nasce con lo scopo dichiarato di gestire i fondi per la ricostruzione della Striscia, la cui cifra, secondo stime delle Nazioni Unite, si aggirerebbe intorno ai 70 miliardi di dollari, e di coordinare una forza di stabilizzazione internazionale, composta da migliaia di uomini, che dovrebbe garantire la sicurezza nel territorio -3. Dall’altro, nelle intenzioni del suo presidente, l’organismo sembra voler travalicare i confini del dossier mediorientale, configurandosi come un potenziale strumento di riassesto degli equilibri globali, quasi un’istituzione parallela alle Nazioni Unite. Lo stesso Trump, in un post sul suo social Truth, ne ha esaltato le potenzialità, definendolo come destinato a diventare “l’organismo internazionale più influente della storia” e annunciando che proprio nel corso della riunione odierna verrà reso noto l’impegno da parte degli Stati membri a versare oltre 5 miliardi di dollari, una somma importante sebbene ancora lontana dalla cifra complessiva necessaria, destinata a finanziare gli sforzi umanitari e la ricostruzione materiale dell’area -3-6. A questi impegni finanziari si aggiungerebbe la messa a disposizione di migliaia di unità per quella che viene definita la “forza di stabilizzazione”, un contingente che dovrebbe affiancare le nuove forze di polizia locali, la cui creazione, insieme al disarmo di Hamas, rappresenta uno dei punti cardine del piano americano -2-3.

L’Europa divisa e la posizione italiana da osservatore

La prima riunione del Board ha messo in luce le profonde spaccature esistenti in seno all’Unione Europea circa l’atteggiamento da tenere nei confronti di questa iniziativa. Se Paesi come Romania e Ungheria hanno aderito a pieno Titolo, con il premier Viktor Orbán presente all’appuntamento, altre capitali europee hanno mostrato molte più riserve. Francia, Spagna e Svezia hanno declinato l’invito, manifestando il timore che questa nuova struttura possa di fatto indebolire il ruolo delle Nazioni Unite e scardinare i meccanismi della diplomazia multilaterale tradizionale -2. In questo quadro frastagliato, l’Italia ha optato per una presenza in veste di “osservatore”, una decisione che è stata al centro di un acceso dibattito parlamentare, conclusosi con l’approvazione di una risoluzione di maggioranza che impegna l’esecutivo a valutare ogni futura attività del Board solo se in coerenza con il mandato Onu -5. Una scelta, quella della delegazione guidata da Tajani, motivata dall’esigenza di non rimanere esclusa dai tavoli in cui si discute del futuro del Mediterraneo allargato e della ricostruzione di Gaza, come lo stesso ministro ha ribadito: “Non possiamo restare fuori dalla ricostruzione di Gaza” ha dichiarato, respingendo le accuse di subalternità agli Stati Uniti e sottolineando come anche la Commissione Europea, con la commissaria Dubravka Suica, e la presidenza di turno cipriota dell’Ue saranno presenti con analogo status -9-2. Alla riunione parteciperanno, tra gli altri, il capo del Comitato Tecnocratico Palestinese, Ali Sha’at, e l’Alto Rappresentante per Gaza, Nickolay Mladenov, figure chiave per la gestione della fase di transizione -1-4.

Il braccio di ferro con Hamas e l’assenza del Vaticano

Prima ancora del suo esordio, il Board of Peace si trova a dover fare i conti con nodi politici e diplomatici di non poco conto. Il principale riguarda la richiesta, avanzata da Trump e ribadita alla vigilia della riunione, affinché Hamas proceda a una “piena e immediata smilitarizzazione”, una condizione posta come imprescindibile per l’avvio del processo di ricostruzione e per il dispiegamento della forza di stabilizzazione internazionale -3-6. Una richiesta che si scontra con la ferma opposizione del movimento islamista, il quale ha già respinto ogni ipotesi di disarmo, definendola una violazione del diritto alla resistenza -8. A ciò si aggiungono le frizioni diplomatiche con la Santa Sede, che ha declinato l’invito a partecipare ai lavori. Una scelta, quella del Vaticano, che non è stata gradita dalla Casa Bianca, tanto che la portavoce Karoline Leavitt ha pubblicamente manifestato il proprio rammarico, definendo “profondamente spiacevole” l’assenza di un attore morale di tale rilevanza, soprattutto in un consesso che si propone di costruire la pace -2. Un avvio, dunque, all’insegna delle contraddizioni, che vede da un lato la volontà di proiettare un’immagine di efficacia e capacità di mobilitazione, con l’annuncio dei fondi raccolti, e dall’altro l’emergere di crepe significative nel consenso internazionale e nelle condizioni sul campo, a cominciare dalla reale disponibilità delle parti locali ad accettare l’architettura di governance e sicurezza concepita negli Stati Uniti.

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