Il rebus del Board of peace tra Roma e Washington: Meloni studia la formula dell'osservatore, ma il nodo resta la Costituzione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Alla fine, potrebbe non essere lei a varcare la soglia dello Studio Ovale il 19 febbraio, in occasione del primo vertice del Board of peace voluto da Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con l'ambizione di ridisegnare gli equilibri globali a partire dalla Striscia di Gaza. Giorgia Meloni, rientrata da Addis Abeba dove ha partecipato al summit dell'Unione africana, sta valutando con i suoi più stretti collaboratori la strategia migliore per non scontentare l'alleato americano e, al contempo, non violare i dettami della Carta costituzionale. L'ipotesi, al momento, è quella di una partecipazione a distanza, o meglio, di una delega al ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al quale la presidente del Consiglio avrebbe chiesto di tenersi pronto per rappresentare l'Italia in qualità di osservatore. Una soluzione, questa, che consentirebbe al governo di presenziare all'incontro senza varcare quel sottile confine giuridico che separa una semplice presenza di cortesia da un'adesione formale a un organismo i cui meccanismi decisionali, incentrati sulla figura del presidente-fondatore, appaiono in evidente contrasto con il principio di uguaglianza tra gli Stati sancito dall'articolo 11 della Costituzione.

I dubbi del costituzionalista e il nodo del "potere di veto"

Il professore Alfonso Celotto, ordinario di Diritto costituzionale a Roma Tre, nel valutare la posizione italiana, pone l'accento su un aspetto sostanziale che va oltre la mera etichetta formale di "osservatore". Il problema, spiega il giurista, non è tanto il nome che si dà alla partecipazione, quanto la natura effettiva del Board. Se quel tavolo, come sembra emergere dalle prime indiscrezioni e dalle bozze del suo statuto, dovesse trasformarsi in un organismo con poteri deliberativi – e tutto lascia pensare che sarà così, considerando che Trump ha annunciato contributi da un miliardo di dollari per un seggio permanente e si è riservato poteri ampi, incluso quello di interpretare le regole e revocare gli inviti -5 – allora l'Italia si troverebbe di fronte a un ostacolo insormontabile. Non si tratterebbe più, in quel caso, di un semplice tavolo di confronto, ma di un'entità capace di assumere decisioni vincolanti, e per aderirvi sarebbe necessaria una legge di recepimento del Parlamento. Una legge che, però, si scontrerebbe con il limite dell'articolo 11, il quale consente all'Italia di partecipare a organizzazioni internazionali solo a patto che vi sia una condizione di parità con gli altri Stati, principio che nel Board appare quantomeno distorto dalla posizione predominante del presidente americano -3.

La regia parlamentare e il pressing delle opposizioni

Nel tentativo di gestire una crisi diplomatica che potrebbe trasformarsi in uno scontro istituzionale, Meloni ha avviato una fitta interlocuzione con le alte cariche dello Stato. Dopo i contatti con i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, la soluzione che sembra aver trovato il favore di Palazzo Chigi è quella di coinvolgere le Camere, trasformando quella che poteva essere una semplice comunicazione del governo in un passaggio formale con voto finale. Una mossa, questa, che da un lato permette di condividere la responsabilità di una scelta tanto delicata con il Parlamento, dall'altro risponde alle critiche delle opposizioni, che già premono per fare piena luce sui reali poteri del Board e sull'eventuale impegno finanziario richiesto all'Italia. L'opposizione contesta quella che definisce una gestione troppo personalistica della politica estera, e chiede che qualsiasi decisione venga prima discussa nelle sedi deputate. La premier, dal canto suo, tenta di tenere insieme i due fronti: ribadire la solidità del legame transatlantico – e in quest'ottica si spiega la sua presa di distanza dalle recenti critiche del cancelliere tedesco Friedrich Merz, reo di aver parlato di un "divario" culturale tra l'Europa e l'America del movimento Maga – e al tempo stesso rispettare i vincoli giuridici interni, evitando di firmare un assegno in bianco a un'iniziativa che molti alleati europei, dalla Germania alla Francia, hanno già scelto di guardare con estrema diffidenza -1-8-10.

L'incognita del vertice e il ruolo di Antonio Tajani

Mentre a Roma si consuma il travaglio politico e diplomatico, a Washington i preparativi per il summit del 19 febbraio procedono spediti. Donald Trump, che ha fatto della ricostruzione di Gaza e della gestione della pace uno dei cavalli di battaglia del suo nuovo mandato, ha già annunciato che i paesi membri hanno versato oltre cinque miliardi di dollari per gli sforzi umanitari e che verranno impegnate migliaia di unità di personale per una forza di stabilizzazione -6. In questo contesto, la presenza italiana, anche solo come osservatore, assume un valore non secondario. Tajani, che proprio nei giorni scorsi aveva incontrato a Milano il vicepresidente Usa J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, si è detto disponibile a garantire la presenza italiana, magari declinandola in termini di supporto tecnico, come la formazione delle forze di polizia palestinesi -8. Ma la decisione finale, complice anche il fuso orario e gli impegni istituzionali della premier, è destinata a slittare fino all'ultimo. L'importante, per Meloni, è che l'Italia ci sia, ma senza mai varcare quella linea d'ombra che separa una presenza di riguardo da una formale adesione a un'architettura diplomatica ancora tutta da decifrare, i cui contorni, tra potere di veto e presidenze a vita, mal si conciliano con l'ordinamento costituzionale italiano -5.

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