Il Board of Peace spacca l’Europa, Parigi contro la commissaria Ue a Washington
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Redazione Interno
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C’è una crepa profonda che attraversa il palazzo di vetro della diplomazia europea, e si è allargata proprio mentre a Washington Donald Trump riuniva per la prima volta il suo Board of Peace. L’organismo, voluto dal presidente americano per gestire – almeno sulla carta – la ricostruzione di Gaza e il delicato cessate il fuoco, ha offerto l’immagine plastica di un’Unione Europea in ordine sparso, incapace di esprimere una posizione unitaria di fronte alla nuova iniziativa della Casa Bianca. E a fare da detonatore, in questo clima già saturo di tensioni, è stata la scelta della Commissione Europea di farsi rappresentare alla riunione dalla commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, una decisione che ha scatenato le ire di Parigi e di altri Stati membri -2-7.
Il nodo della questione, per il governo francese, non è soltanto politico ma anche, e forse soprattutto, procedurale. Attraverso il portavoce del ministero degli Esteri, Pascal Confavreux, Parigi ha espresso il proprio stupore per la presenza di un membro dell’esecutivo comunitario a un incontro che molti considerano, per usare un eufemismo, quantomeno ambiguo nei suoi rapporti con il diritto internazionale e con le Nazioni Unite. La Francia contesta alla Commissione di non avere un mandato esplicito da parte del Consiglio dell’Unione, ovvero dai governi nazionali, per prendere parte a un’iniziativa che – questo è il timore di fondo – rischia di trasformarsi in un competitore dell’Onu piuttosto che in un suo alleato -2. È una questione di competenze, insomma, ma anche di sostanza: l’Unione non può permettersi di legittimare con la propria presenza un organismo che, nella sua architettura, concentra poteri enormi nelle mani di un solo uomo, Donald Trump, nominato presidente a vita del Board -4.
Di fatto, la riunione nello United States Institute of Peace di Washington – recentemente rinominato per l’occasione – ha messo in scena le divisioni europee come su un palcoscenico. Mentre la Francia, insieme a Spagna, Belgio e altri, ha scelto la linea della distanza e della diffidenza, boicottando l’evento, altri Paesi hanno optato per una presenza più sfumata. L’Italia, per esempio, c’era. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha partecipato in qualità di osservatore, una scelta che ha difeso al termine dei lavori con argomentazioni pratiche: non esserci, ha spiegato, avrebbe significato per l’Italia ritrovarsi isolata in un consesso dove invece sedevano altri partner europei come Germania e Regno Unito, oltre a giganti mediorientali come Qatar, Egitto e Arabia Saudita -3. Una presenza, quella italiana, motivata dalla volontà di non farsi trovare assente al tavolo in cui si discutevano – parole di Tajani – proposte concrete per la pace in Medio Oriente, senza che questo significhi, come ha tenuto a sottolineare, “scodinzolare” dietro agli americani -3.
La commissaria Šuica, da parte sua, ha tentato di smorzare i toni spiegando la sua partecipazione con la necessità di garantire un’azione coordinata e tangibile a beneficio del popolo palestinese, ribadendo l’impegno dell’Unione per l’attuazione del cessate il fuoco -2. Ma la sua presenza, a detta di molti diplomatici, ha finito per acuire le fratture piuttosto che ricomporle. C’è chi, come l’ambasciatore belga, ha sottolineato l’imbarazzo di vedere la Commissione rappresentata a un evento la cui credibilità è messa in dubbio da molti Stati, proprio per la sua natura di possibile strumento per scavalcare le Nazioni Unite -2. E a poco sono valse le rassicurazioni di Trump, il quale ha dichiarato che il Board lavorerà in concomitanza con l’Onu, quando i fatti, dalla composizione dell’esecutivo ai metodi di finanziamento, raccontano una storia diversa: quella di un’organizzazione pensata per essere agile e guidata da una sola volontà, quella del presidente americano, con il chiaro intento di rivoluzionare (o forse soppiantare) il multilateralismo tradizionale -4-5.




