Il Board of Peace di Trump e il cda senza un dollaro

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quattro mesi fa, quando Donald Trump annunciò la nascita del Board of Peace, lo definì l'organizzazione internazionale "più rilevante" mai concepita; ma nelle casse del fondo ufficiale di questo ambizioso consiglio per la pace – depositato presso la Banca Mondiale e teoricamente destinato a finanziare la ricostruzione di Gaza – al momento risiedono esattamente zero dollari.

La creatura del presidente americano, che nel progetto originale avrebbe dovuto rappresentare una sorta di parallelo all'Onu con a capo gli Stati Uniti, si trova così intrappolata in un limbo legale e politico, una situazione che ha di fatto paralizzato qualsiasi intervento concreto nella Striscia nonostante i miliardi di dollari promessi a livello internazionale. Secondo quando ricostruito dal Financial Times, i fondi non solo mancano all’appello del conto ufficiale, ma sembrano seguire un percorso opaco che solleva più di un interrogativo sulla trasparenza dell’intera operazione.

Fondo World Bank vuoto e il conto segreto su JPMorgan

L’impasse finanziaria, che rischia di affossare i progetti per la Striscia già prima della loro partenza, emerge da una disparità imbarazzante tra le dichiarazioni pubbliche e la realtà dei fatti. Da un lato, ci sono le promesse – i membri avrebbero messo sul piatto circa 7 miliardi di dollari per un "pacchetto di salvataggio" di Gaza, a cui si aggiungono 10 miliardi garantiti direttamente dall’amministrazione Trump – e dall’altro, vi è una gestione delle risorse che appare frammentata.

Eppure, a fronte del conto vuoto gestito dalla Banca Mondiale (un meccanismo che avrebbe garantito la dovuta trasparenza), una fonte a conoscenza della situazione ha rivelato al giornale britannico che i donatori hanno semplicemente scelto "altre opzioni", convogliando le rimesse in un conto separato acceso presso JPMorgan, un canale che però non è soggetto ai medesimi obblighi di rendicontazione indipendente.

Le adesioni, i veti incrociati e l’ombra di Hamas

In totale sono circa 25 i Paesi che hanno firmato per questo Board, tra cui spiccano Israele, Arabia Saudita, Pakistan ed Emirati Arabi, mentre gran parte delle potenze occidentali (Francia, Germania, Regno Unito e Canada) ha scelto di tenersi alla larga, limitandosi se va bene a un ruolo da osservatore.

Ma al di là delle adesioni, a pesare sull’immobilità generale sono i veti incrociati e la sostanziale assenza di un’autorità riconosciuta sul terreno: come hanno sottolineato alcuni addetti ai lavori, non si possono certo assegnare appalti per la ricostruzione se non si ha la certezza di poter operare fisicamente nella zona, dato che Hamas non ha ancora consegnato le armi e che gli stessi tecnocrati palestinesi incaricati di amministrare l’enclave sostanzialmente non riescono a mettere piede a Gaza.

Il risultato, per ora, è che nemmeno un dollaro è stato speso per rimuovere le macerie o gettare le fondamenta dei tanto sbandierati "progetti futuri".

Le donazioni reali e l’incertezza sulle spese amministrative

Alcuni versamenti, per quanto simbolici rispetto ai bisogni reali, ci sono stati – il Marocco ha contribuito con circa 3 milioni di dollari e gli Emirati Arabi con circa 20 milioni – ma gran parte di queste risorse è servita a coprire spese amministrative e stipendi, come quello della rappresentanza di alto livello per il Gaza post-bellico o del comitato tecnocratico palestinese.

Un’altra tranche da 100 milioni, promessa sempre dagli Emirati per addestrare una nuova forza di polizia a Gaza, è di fatto congelata in attesa di tempi migliori, mentre il Dipartimento di Stato americano sta ancora cercando di districarsi nella burocrazia per riallocare circa 1,2 miliardi di dollari verso progetti collegati al Board. Così, mentre gli industriali tacciono e le promesse restano solo sulla carta, la grande macchina della pace pensata da Trump si trova a fare i conti con la stessa polvere e le stesse macerie che avrebbe dovuto spazzare via.

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